Il Tirreno

Grosseto

«Chiudere i palasport per aprire la mente»

di Pierluigi Sposato
«Chiudere i palasport per aprire la mente»

Basket: iniziativa clamorosa della Fip dopo il lancio del bidone

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GROSSETO. Quel bidone lanciato in campo da un genitore al termine di una partita di basket giovanile è stato come un colpo allo stomaco. Che ha lasciato storditi e avviliti: ma comunque lucidi, capaci di ideare una reazione. Messe da parte l’incredulità e la delusione, ecco il progetto. La pallacanestro come laboratorio di vita, recita lo slogan. E se la vita è questa, occorre un segnale forte. La Delegazione provinciale basket e le otto società maremmane hanno deciso sì di far giocare tutte le partite dei campionati giovanili del prossimo fine settimana ma di farle disputare a porte chiuse: nessun genitore potrà assistere.

«Un gesto di grande risonanza, perché di grande risonanza è stato il lancio del bidone», dicono Giorgio Briganti, delegato provinciale Fip, e Alessandra Marini, presidente del Basket 2000 Arcidosso, società che per quel bidone è stata sanzionata dal giudice sportivo. «Un segnale forte, non una punizione - dice Briganti - Il bidone ci ha dato lo spunto per fare qualcosa, per quello che è stato un atto isolato che non rappresenta il basket; un gesto imprevedibile. E tutte le società presenti alla riunione, cui hanno partecipato anche rappresentati di arbitri e allenatori, hanno condiviso il percorso: la condanna del gesto; la censura per eventuali atti simili e quindi un’opera di responsabilizzazione che dai presidenti arrivi fino a ogni singolo interessato; la giornata con le porte chiuse agli over 18; l’ideazione di un progetto insieme al Coni».

Un percorso non sporadico che parte con cinque parole d’ordine: «Rispetto, lealtà, altruismo, sacrificio, entusiasmo». Ci saranno dei manifesti di questo tenore nei dieci palazzetti in cui saranno disputate le partite della giornata di basket. Fuori da ciascuno ci sarà un punto di ritrovo, una merenda, un qualcosa di alternativo. «Vogliamo che sia un momento di riflessione, anche per i genitori dei bambini delle squadre che vengono da fuori provincia cui speriamo di fare comprendere i nostri pensieri. Chiudiamo le porte per aprire la mente».

«Sia chiaro un aspetto - tiene a puntualizzare Marini - Lo sport senza il tifo non esiste. Il basket senza il tifo perde la sua anima». E per questo la giornata a porte chiuse è soltanto uno spunto di riflessione, un richiamo, un invito a vivere la passione con serenità, con entusiasmo, con rispetto per tutti gli attori in campo. Perché la partita sia una festa, comunque.

Marini e Briganti spiegano di essersi trovati subito in sintonia: «Ho scritto una lettera dopo l’omologazione della partita - dice la presidente - al Comitato regionale, a Briganti, al presidente del San Vincenzo. E l’idea è partita subito. In fondo, noi chiediamo ai genitori di darci una mano in questo percorso. Non ci basta che si dissocino da quanto avvenuto». Che poi quanto è avvenuto quel giorno è diverso, dice Marini, da quanto è risultato nel bollettino: «I carabinieri non sono intervenuti. Non ci sono stati strascichi, nel corridoio non è avvenuto nulla». Così è nata l’idea della riunione, dell’incontro, dell’iniziativa choc.

Briganti va oltre: è consapevole che non basta chiudere i palazzetti per due giorni. «Vogliamo coinvolgere il Coni per organizzare una giornata in cui vengano sottolineati i valori del fairplay, con degli esperti. Partiamo dal basket e poi vediamo. Vediamo se potrà essere un progetto pilota anche per la Fip toscana. E comunque da questa giornata di porte chiuse deve nascere un progetto di formazione all’interno delle società. Un progetto strutturato, a più voci, con più obiettivi. Talvolta gli arbitri, che sono ragazzini anche loro, scontano soltanto una scarsa preparazione, che viene scambiata per arroganza: invece è solo inesperienza. Ecco, dobbiamo lavorare anche su questo aspetto».

Aggiunge il delegato Fip: «Nei nostri obiettivi c’è anche quello di stilare un regolamento etico per le società, per gli allenatori, per i genitori. Un regolamento unico, sulle orme del protocollo già esistente tra Coni e Prefettura. Formazione ne abbiamo sempre fatta, incontri ci sono sempre stati: ma evidentemente qualcosa ci è sfuggito».



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