Il dolore
«Formidabile quel team, giocava a memoria»
Alberto Ballati era il capitano: «La gente si era affezionata a noi, eravamo tutti follonichesi»
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FOLLONICA. Il capitano di quel Follonica era Alberto Ballati, adesso apprezzato professore e in passato anche giornalista. Fu lui ad alzare al cielo la coppa Italia al termine della prima grande stagione azzurra a rotelle.
«Era una squadra forte, avremmo potuto vincere anche il campionato – spiega Alberto ripercorrendo tutta l'annata – Fulvio Aloisi ci aveva dato un’identità precisa, poi però ci furono dei problemi e dopo la sconfitta di Lodi se ne andò così il campionato lo terminò Aldo Rautnick e arrivammo quarti. A fine estate venne il momento della coppa Italia e in panchina ci andò Ilvo Riva: la squadra era in pratica già pronta, giocava a memoria grazie al lavoro fatto da Fulvio».
Prima si giocò il girone toscano e furono solo vittorie contro Forte dei Marmi e Viareggio. «Poi arrivarono gli scontri diretti e ci toccò la Reggiana, uno squadrone: si vinse 5-6 a Modena e 7-3 al ritorno. Così arrivammo in semifinale col Novara campione d’Italia e in Piemonte giocammo la partita perfetta: difesa solida e contropiedi micidiali, dominammo alla grande e vincemmo 6-2. Nel ritorno il Novara mise in campo soprattutto l’orgoglio, era una squadra di fenomeni con gente del livello di Battistella e Fona e venne fuori una partita tirata ed equilibrata; erano avanti 2-3 ma non ci stavamo a perdere e riuscimmo a fare 3-3».
E siamo all’ultimo atto, la doppia sfida contro il Giovinazzo, il primo match in trasferta in un ambiente infernale con il pubblico quasi in pista. «In Puglia arrivò la prima sconfitta della coppa Italia: loro andarono avanti sul 3-0, doppietta di Frasca e gol di Marolla. Nel finale però Raul fu decisivo, segnò due gol e per loro fu un bel colpo al morale, lì iniziammo a vincere un pezzo di coccarda. Nel ritorno Massari, l’allenatore del Giovinazzo, si preoccupò soprattutto di annullare Raul così noi avevamo più spazi: all’inizio la gara fu equilibrata, poi il primo momento decisivo fu il mio gol dell’1-0 con la complicità del portiere che non fu molto reattivo.
La seconda svolta arrivò quando Claudio Anedda parò un tiro libero a Marolla, lì il Giovinazzo andò nel pallone e iniziammo a segnare a ripetizione: fece quattro gol Artini, due Gaeta e tre io prima del riposo. Nel secondo tempo eravamo molto più rilassati, Massari si giocò la carta Marzella che segno una doppietta ma Migliorini segnò il decimo gol che in pratica chiuse i conti».
La gente era arrampicata sugli alberi in un clima di esaltazione collettiva. “La pista era strapiena, fu un successo importante perché nove giocatori su dieci erano di Follonica e fummo la prima squadra non del nord Italia a vincere un titolo. La gente ci voleva bene, si era affezionata a noi perché eravamo tutti follonichesi, ci conoscevano e ci avevano visto crescere. Fu un peccato non riuscire a dare continuità a quella vittoria, l’anno dopo finimmo secondi in serie A prima dell’arrivo di Aguero nel 1979 che avrebbe dovuto rappresentare l’ultimo passo verso la conquista dello scudetto, invece fu l’inizio della fine e quel gruppo si sciolse senza vincere più nulla».
Adesso l’hockey è diverso, le squadre sono imbottite di stranieri e cambiano giocatori di continuo. «Se si lavora bene con i giovani si può ricreare qualcosa e sembra che a Follonica la strada sia questa – conclude Ballati – da parte mia non posso che augurare a questa squadra un giorno di tornare a vincere uno scudetto con i giocatori della propria scuola, forse è un’utopia ma io ci spero». (m.n.)
«Era una squadra forte, avremmo potuto vincere anche il campionato – spiega Alberto ripercorrendo tutta l'annata – Fulvio Aloisi ci aveva dato un’identità precisa, poi però ci furono dei problemi e dopo la sconfitta di Lodi se ne andò così il campionato lo terminò Aldo Rautnick e arrivammo quarti. A fine estate venne il momento della coppa Italia e in panchina ci andò Ilvo Riva: la squadra era in pratica già pronta, giocava a memoria grazie al lavoro fatto da Fulvio».
Prima si giocò il girone toscano e furono solo vittorie contro Forte dei Marmi e Viareggio. «Poi arrivarono gli scontri diretti e ci toccò la Reggiana, uno squadrone: si vinse 5-6 a Modena e 7-3 al ritorno. Così arrivammo in semifinale col Novara campione d’Italia e in Piemonte giocammo la partita perfetta: difesa solida e contropiedi micidiali, dominammo alla grande e vincemmo 6-2. Nel ritorno il Novara mise in campo soprattutto l’orgoglio, era una squadra di fenomeni con gente del livello di Battistella e Fona e venne fuori una partita tirata ed equilibrata; erano avanti 2-3 ma non ci stavamo a perdere e riuscimmo a fare 3-3».
E siamo all’ultimo atto, la doppia sfida contro il Giovinazzo, il primo match in trasferta in un ambiente infernale con il pubblico quasi in pista. «In Puglia arrivò la prima sconfitta della coppa Italia: loro andarono avanti sul 3-0, doppietta di Frasca e gol di Marolla. Nel finale però Raul fu decisivo, segnò due gol e per loro fu un bel colpo al morale, lì iniziammo a vincere un pezzo di coccarda. Nel ritorno Massari, l’allenatore del Giovinazzo, si preoccupò soprattutto di annullare Raul così noi avevamo più spazi: all’inizio la gara fu equilibrata, poi il primo momento decisivo fu il mio gol dell’1-0 con la complicità del portiere che non fu molto reattivo.
La seconda svolta arrivò quando Claudio Anedda parò un tiro libero a Marolla, lì il Giovinazzo andò nel pallone e iniziammo a segnare a ripetizione: fece quattro gol Artini, due Gaeta e tre io prima del riposo. Nel secondo tempo eravamo molto più rilassati, Massari si giocò la carta Marzella che segno una doppietta ma Migliorini segnò il decimo gol che in pratica chiuse i conti».
La gente era arrampicata sugli alberi in un clima di esaltazione collettiva. “La pista era strapiena, fu un successo importante perché nove giocatori su dieci erano di Follonica e fummo la prima squadra non del nord Italia a vincere un titolo. La gente ci voleva bene, si era affezionata a noi perché eravamo tutti follonichesi, ci conoscevano e ci avevano visto crescere. Fu un peccato non riuscire a dare continuità a quella vittoria, l’anno dopo finimmo secondi in serie A prima dell’arrivo di Aguero nel 1979 che avrebbe dovuto rappresentare l’ultimo passo verso la conquista dello scudetto, invece fu l’inizio della fine e quel gruppo si sciolse senza vincere più nulla».
Adesso l’hockey è diverso, le squadre sono imbottite di stranieri e cambiano giocatori di continuo. «Se si lavora bene con i giovani si può ricreare qualcosa e sembra che a Follonica la strada sia questa – conclude Ballati – da parte mia non posso che augurare a questa squadra un giorno di tornare a vincere uno scudetto con i giocatori della propria scuola, forse è un’utopia ma io ci spero». (m.n.)
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