Sicurezza
Una città snobbata dai presidenti
FRANCESCA GORI. C’era una volta un presidente. Un omone dai modi bruschi che macellava pecore a Grotte di Castro. Per 15 anni ha cercato di realizzare il suo sogno e quello dei tifosi biancorossi. Ha portato il Grifone in serie B ospitando allo Zecchini per sei anni squadre i cui nomi sono conosciuti anche da chi non mastica di calcio. I suoi modi forse non piacevano a tutti, ma lo stadio è fatto così: si gode per quello che si ha e quando si ha la serie B, si ha abbastanza. Poi è successo qualcosa, e i tifosi si sono sentiti trattati come quelli “con l’anello al naso”. Il presidente Camilli non è andato per il sottile: «I grossetani sono dei cialtroni ignoranti - disse prima dell’inizio del campionato - non mi interessa investire qui». In Comune, sedeva ancora Emilio Bonifazi. E prima del fischio d’inizio del campionato sciagurato in serie D, i tifosi tirarono fuori l’orgoglio e sfilarono fin sotto il Municipio. Perché l’amministrazione era stata chiamata a sistemare quel brutto affare che era la mancata iscrizione. Era chiamata a trovare un’alternativa al comandante, che aveva ormai un’altra casacca e altre speranze. Tra tutte, quella di essere ripescato con i colori gialloblù, quelli della Viterbese.
E i biancorossi? Alla marcia dell’orgoglio c’erano anche l’ex assessore Giancarlo Tei e l’attuale assessore Fabrizio Rossi che da ultras ora deve gestire la patata bollente. Centrosinistra e centrodestra. Perché in questa vicenda scoppiata alla fine dei playoff e trascinata sotto l’ombrellone la politica continua a fare (o non fare) la propria parte. Così come non la fa il nuovo presidente, quel Max Pincione che si presentò come l’americano commerciante di diamanti accompagnato a Grosseto dal principe arabo ma che alla città non ha fatto vedere né gioielli né cammelli. Eppure, anche l’americano ha ribadito che se vuole di Grosseto (intesa come città), ne può comprare sette nonostante l’affitto ancora da pagare e la riparazione del trattorino per tagliare l’erba. Un debito che non arriva nemmeno a 10.000 euro. Il presidente quei soldi fino a ora non li ha pagati ma ha chiesto al Comune la modifica della convenzione e l’affidamento dello Zecchini e ha risposto picche alla richiesta azzardata dall’assessore tifoso Rossi di presentare un business plan. Spiegando anche che lui l’erba dello Zecchini non la taglia. E in questo tira e molla, tra cuore e casse del Comune che vengono rimpolpate dai cittadini, anche da quelli ai quali del Grifone non frega nulla, la squadra è a Genga, in ostaggio delle decisioni che verranno prese. C’è da immaginarseli, i poveri calciatori biancorossi con gli occhi bassi e poca voglia di darsi da fare. L’amichevole contro il Castelfidardo finita 2-0 per i padroni di casa non segna un buon inizio: e non lo segna nemmeno la società che ha comunicato il risultato della gara quasi due ore dopo la fine della partita.
Il Grifone insomma è lontano.
I tifosi friggono sotto il sole, con la tegola dell’ultimatum del Comune («O pagate gli arretrati, o sloggiate dallo Zecchini»), i soldi di Camilli nel Roselle e la maglia maltrattata da chi Grosseto, appunto, la compra sette volte. Nonostante poi, di fronte alla possibilità del ripescaggio, abbia fatto melina. E il calcio, quello da giocare e da tifare, sembra sempre più lontano.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
