Sicurezza
La piscina del Rocchi è fatale al Grosseto
La Viterbese vince la sfida delle sfide con un gol nel primo tempo
INVIATO A VITERBO. Forse non sarebbero bastati nemmeno gli pneumatici da pioggia. Forse era una gara da giocare solo a campo asciutto, o comunque non con le pozzanghere. Fatto sta che l’acquazzone c’è stato anche per la Viterbese Castrense ed è stata quest’ultima squadra a pattinare meglio sullo specchio del “Rocchi”. Pattinaggio da 3 punti, non artistico ma concreto. E al Grifone, che ha dovuto aspettare la ripresa per fare il primo tiro in porta e che pure ha dominato tutto il secondo tempo, non resta che protestare per il fallo di braccio di Scardala non visto dall’arbitro Cudini intorno al 90’.
L’ha vinta Piero Camilli, la sfida delle sfide. Al di là dell’importanza per la classifica, i settecento che dalla Maremma si sono riversati sugli spalti, prendendo la pioggia per tutto il tempo, hanno coltivato nemmeno troppo segretamente il desiderio di regolare sportivamente i conti con l’ex patron: ne è un esempio il sonoro “vaffa” con il quale il proprietario della Viterbese appena salito in tribuna è stato accolto dalla curva biancorossa. Un desiderio cullato fino al 3’ di recupero, quando Patierno appena entrato ha dato l’illusione del pareggio mandando la parabola ad accarezzare la traversa. Invano.
Partita intensa, ma non bella. Impossibile controllare il pallone, pozzanghere in ogni dove, rasoterra smorzati. Brividì sì, quelli tanti. Come quando Gagno esce a a vuoto in scivolata al 14’ Gagno per cercare di rimediare a un retropassaggio errato: è Ungaro a bloccare il diagonale di Invernizzi. Poi ci prova Di Gennaro a portare su la squadra. Azioni encomiabili, piedi ben piantati a terra, addirittura un cross per Palumbo e l’incornata sibilata alla base del palo. Un minuto dopo arriva il gol della Viterbese: cross dalla destra, pallone che in qualche modo attraversa quasi tutto lo specchio e Invernizzi che con prepotenza insacca. Ecco, prepotenza è il termine giusto. Perché con il fioretto ieri non si andava da nessuna parte. Il Grifone fatica ma arriva ai sedici metri: lì purtroppo la manovra si impantana. Non inquadrano lo specchio Nichele dalla distanza (al 26’) e Olivieri su punizione (32’). Poi è Gagno ad evitare il raddoppio, respingendo un tiro ravvicinato di Belcastro al 37’. Un 2-0 sarebbe stato irrecuperabile.
Invece un gol di scarto non è nulla. Si cambia campo (forse al Grifone tocca quello meno inzuppato), la pioggia cala. E i biancorossi danno l’impressione di potercela fare. Di Gennaro però alza bandiera bianca: i postumi di uno scontro nel primo tempo si fanno sentire e deve lasciare. L’inserimento di Nappello al suo posto non è affatto malvagio: va a sinistra dell’attacco ma non dà punti di riferimento. E non a caso sarà sua la più limpida palla gol del Grifone, purtroppo eccessivamente piazzata, al punto tale che Pini intuisce e respinge. Prima però c’era stato il tiro (non forte) di Palumbo, al 13’; c’era stata la sgropponata di Olivieri conclusa con un destro che ha preso la parte alta esterna della rete. La Viterbese nella ripresa si chiude e regge il colpo: si contano l’imprecisa inzuccata iniziale di Bernardo e un tiro da fuori di Invernizzi bloccato senza difficoltà. Tutto qui. C’è solo il Grosseto in campo ma purtroppo la superiorità non porta punti. Potrebbe portarla se l’arbitro Cudini concedesse il calcio di rigore, a pochissimo dallo scadere, per un tocco con il braccio di Scardala: Palumbo protesta, rincorre l’arbitro per fargli vedere la manica avversaria ancora sporca di fango. Ma niente: l’arbitro tira dritto. Il Grosseto il punto potrebbe anche prenderselo da solo, con la forza delle sue gambe, perché non molla mai, nemmeno nel recupero. Peccato per Patierno, che dal limite sembra indovinare la parabola letale, quella dove Pini non sarebbe potuto mai arrivare. Illusione: il pallone è alto di un niente. Niente da fare: la Viterbese chiude all’attivo gli scontri diretti e nel dopo partita scarica con una marea di abbracci tra i giocatori una tensione che Camilli dice di non aver sentito. Ma che in casa gialloblù c’è stata eccome. Perché il Grosseto era comunque il Grosseto.
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