Sicurezza
Va in pensione il dottore dei 70.000 certificati
Grosseto, dalla Sensini ai calciatori di serie A tutti sono passati dallo studio di Franco Simoni
GROSSETO. “Gnamo su - diceva la mi’ nonna - gnamo!”. Franco Simoni si fa coraggio così. Rammentando le parole della nonna - quando era piccolo, a Istia d’Ombrone - e accadeva qualcosa di nuovo, di imprevisto. Non sempre di piacevole.
Stavolta per lui la novità è grossa. Dopo 40 anni il medico dello sport più famoso della Maremma va in pensione. “Chiudo bottega a fine maggio. Si conclude un’era. Ho firmato i fogli qualche giorno fa. Non so se essere contento o preoccupato”.
Simoni non è un medico qualunque. E’ prima di tutto un personaggio. E sotto di lui sono passati migliaia di sportivi grossetani.
Lo abbiamo incontrato, nel suo ambulatorio, tra fonendoscopi, elettrocardiografi, spirometri, cartelle, per farci raccontare soddisfazioni e amarezze, ma soprattutto aneddoti legati a cuori, toraci, ginocchia e caviglie dei tanti sportivi maremmani che lo hanno sempre avuto come riferimento.
Per 24 anni insegnante nel corso di laurea per infermieri (anatomia e fisiologia), autore di pubblicazioni divulgative, protagonista di conferenze, lezioni di educazione alla salute nelle scuole, l’uomo Simoni (prima ancora del medico) ha saputo conquistarsi la fiducia e la stima di una città e di un mondo, quello dello sport. “Ci ho sempre messo tutta la passione possibile e a volte sono arrivato a sacrificare cose importanti al di fuori del lavoro”.
Innanzitutto la data esatta del pensionamento.
«Lascio il 31 maggio, che non è una data qualsiasi. Anzi, ricorre spesso nella mia vita. Il 31 maggio del ’61, la mia famiglia traslocò da Istia a Grosseto, in via Fossombroni. Quel giorno venni a Grosseto in bicicletta e i 7 chilometri percorsi sui pedali mi parvero un Tour de France. Non tanto per la fatica ma per il pianto in gola. Non lasciai solo Istia e gli amici, ma l’età dell’adolescenza. E il 31 maggio 2015 si chiude un’altra stagione».
Perchè Simoni è diventato medico?
«Bella domanda. Cito la mi’ mamma: ‘Se tossisce uno a Scansano il mi’ Franco il giorno dopo è a letto’. Da bimbo, ecco, non ero proprio inossidabile e ritengo che questo possa avermi spinto in una precisa direzione».
Ci racconti i suoi primi anni all’Asl.
«A quei tempi si chiamava Saub e io lavoravo al Dispensario antitubercolare, da pneumologo-allergologo. Le prime viste sportive le feci per la società di nuoto, su espressa richiesta del presidente, il professor Aldo Baronti. In quegli stessi anni iniziai ad accompagnare, da medico, l’amico Lamberto Pazzi, tecnico di radiologia ma soprattutto allenatore dell’Orbetello. Lo sport era nel mio destino. Poi ci calò sulla testa la riforma sanitaria. Nacque, di fatto, la Medicina dello sport e su consiglio del professor Romolo Retali scommisi sul nuovo servizio. Mi rinventai, ecco. Nel 1980 ero già responsabile del servizio. Per la verità sono sempre stato un generale con pochi soldati».
Quante visite in 35 anni?
«Il calcolo è semplice: 2.000 visite all’anno per 35 anni. Si fa conto pari, ma sarebbero qualcuna in più».
Quindi lei ha rilasciato 70 mila certificazioni per attività sportiva. Giusto?
«Proprio così. Oggi vengono da me, ad accompagnare i nipoti alla visita, persone che ho conosciuto ed esaminato quando erano giovani atleti. Chi ha fatto sport, a Grosseto e nell’hinterland, dal 1980 a oggi, prima o poi ha incrociato il Simoni. Dalla Sensini a calciatori che hanno calpestato i campi di serie A».
Ci racconti qualche aneddoto. Il personaggio più buffo, il più sorprendente.
«Metà anni ’80. Uno schermidore, un olimpionico in forza alla Base Baccarini. Aveva il braccio sinistro il doppio di quello destro (non esagero). Mi fece preoccupare. Più di recente sono rimasto impressionato da un giovanissimo profugo africano e dai suoi test. Gli ho consigliato di smettere con il calcio e dedicarsi all’atletica. Mi ha dato retta. Avrà un grande futuro».
Qual è la difficoltà più grande che incontra un medico dello sport?
«La difficoltà è far capire che queste visite non sono soltanto un obbligo di legge ma soprattutto un momento importante di prevenzione, per la morte improvvisa sì, ma anche per tante altre patologie dell'età evolutiva (obesità, scoliosi, piede piatto, asma, etc)».
A questo proposito ci sono episodi particolari che ricorda?
«Sì, mi è capitato più di una volta di trovare un muro nel far accettare dubbi o certezze diagnostiche a chi, totalmente asintomatico, rifiuta visceralmente l’idea di fare ulteriori accertamenti o sospendere l'attività sportiva. A questo proposito ricordo un brutto episodio in cui una madre mi aggredì violentemente gridando che ero stato troppo pignolo, perché insistendo avevo scoperto al figlio una rischiosissima patologia cardiaca, che purtroppo gli imponeva un definitivo stop. E non è stato il solo e unico caso. Anche se, in altri casi, ho riscontrato invece manifestazioni di riconoscenza per diagnosi precoci di patologie che poi hanno trovato una tempestiva soluzione terapeutica, anche con interventi di cardiochirurgia. Poi può anche capitare di sbagliarla una valutazione».
C’è qualcosa che non le piace del lavoro che sta per lasciare?
«Alcune considerazioni non posso e non voglio farle, ma sicuramente la cosa che mi ha sempre tolto qualche ora di sonno è che il medico dello sport (dopo che è stata tolta la visita militare e la medicina della scuola) è rimasto l’unico che esamina le persone quando stanno bene e non hanno sintomi (o non li raccontano) e al tempo stesso deve garantire per scritto che nei 365 giorni successivi alla visita a quelle persone non capiterà nulla, qualunque cosa facciano. Insomma, neppure un mago…».
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