Attenzione
Anche il vescovo al museo della boxe
Monsignor Cetoloni ospite del sindaco e degli Amici del pugilato
GROSSETO. Con una cerimonia semplice ma emozionante, il gruppo Amici del Pugilato di Grosseto ha celebrato davanti alle vetrine del Museo della boxe i pugili maremmani di tutti i tempi. La collezione che ospita i cimeli più preziosi, situata nell'atrio del palazzo comunale, è testimonianza di oltre mezzo secolo di successi dei boxeur nostrani e ha fatto da cornice ad un saluto collettivo a cui hanno preso parte le massime autorità civili e religiose, il sindaco Emilio Bonifazi, il vescovo Rodolfo Cetoloni e don Franco Cencioni per la Diocesi di Grosseto. «Per 65 anni - spiega Silvano Gallorini, presidente degli Amici del Pugilato - la boxe a Grosseto è stato lo sport principe della città e ha sfornato tanti campioni. Abbiamo tirato su questo museo con difficoltà, visto che era complicato riportare alla luce giornali, coppe, medaglie che sembravano persi dopo la guerra».
«Gallorini - aggiunge il sindaco di Grosseto - rappresenta un punto cardine della tradizione pugilistica della città». La cerimonia ha avuto un momento simbolico nello scambio di doni, in particolare verso il nuovo vescovo, Rodolfo Cetoloni, a cui è stata consegnata una targa ricordo dallo stesso Gallorini, per un cordiale benvenuto dagli Amici del Pugilato. «Proprio nel giorno di San Francesco -afferma il vescovo, dopo una preghiera in memoria dei pugili defunti - che è stato simbolo di autodisciplina, è giusto ricordare chi fa questo sport con lo stesso valore».
Dai Giochi Olimpici ai titoli italiani, europei, fino ai mondiali, Fabbroni, Marconi, Baccheschi, Bertini fino a Scapecchi e Grilli, per citarne alcuni, hanno conquistato prestigiosi trofei e rappresentato la maremma nel mondo. «Non potevo mancare in questo momento - dice Bruno Bertini, uno degli ultimi pugili “storici” maremmani - anche per l'amicizia che mi lega a Gallorini. Ricordo sempre la convocazione in nazionale a 16 anni, nella categoria pesi gallo, insieme a Nino Benvenuti».
Stefano Fabbroni
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