Sicurezza
«Non ne potevo più: è una liberazione»
Camilli amareggiato ma quasi sollevato dopo un ciclo di 13 anni, segnato indelebilmente dalla vicenda calcioscommesse
GROSSETO. «Mi dispiace tanto, ma in fondo è anche una liberazione, dopo tredici anni passati a portare avanti da solo un'azienda da otto-nove milioni a stagione».
All'indomani della sconfitta di Brescia, che ha sancito l'aritmetica retrocessione in Lega Pro, il presidente Piero Camilli si sfoga, si toglie qualche sassolino dalla scarpa, ripercorrendo le tappe che hanno portato alla conclusione dell'avventura biancorossa in serie B dopo sei indimenticabili stagioni.
«Sono amareggiato - prosegue - ma non ne potevo più e da un lato sono sereno. E' solo un ciclo della vita. Negli ultimi quattro anni solo uno come me per sopportare quello che ci hanno fatto, a cominciare dal calcio scommesse. Ci hanno ammazzato. Palazzi voleva darci 13 punti di penalizzazione e 290.000 euro di multa. Alla luce di quello che sta succedendo ho sbagliato a dare retta a Scalone e Grassani quando mi hanno consigliato di patteggiare i sei punti. C'era un disegno preciso nei nostri confronti, non su di me in particolare, siamo una società debole. I giudici usano due pesi e due misure. L'inchiesta di Bari è ancora ferma, Mauri della Lazio è sempre in campo. Ci hanno rubato due volte la serie A. Ho provato a denunciare che c'era del marcio, ma non mi hanno ascoltato e Palazzi ha archiviato tutto».
Il Comandante rincara poi la dose: «Io sono una persona per bene, rispettata da tutti. Ho avuto il solo torto di difendere la mia squadra in ogni frangente. Nella stagione 2009-10, nonostante ci avessero venduto otto partite, a cinque giornate dalla fine eravamo pari al Cesena. Lo sapete che quando il Grosseto andò a Treviso mi offrirono 500.000 euro? Io gli dissi di uscire immediatamente di uscire dal mio ufficio. Io certe cose non l'ho mai fatte e la verità alla fine è venuta fuori».
Presidente, ma cosa ha portato alla retrocessione?
«La stagione maledetta è partita tutta da lì, dal calcioscommesse. Siamo stati tutta l'estate senza fare la campagna acquisti e vi confesso che dopo la sconfitta con il Carpi li avrei mandati tutti a casa. Per carità, ho sbagliato anche io con gli allenatori, ma gli arbitri ci hanno massacrato. Vi potrei citare almeno 14-15 episodi in cui il Grosseto è stato danneggiato: prendiamo le gare con l'Ascoli, con la Ternana, con quattro ammonizioni mirate, ed ancora quelle con Cesena, Spezia, Reggina, ma faccio anche fatica a ricordarle tutte. Sarà un caso ma io ero l'ultimo presidente ancora in serie B tra quelli che dettero battaglia ai tempi della scissione della Lega di serie B, i colleghi di Frosinone, Triestina, Albinoleffe erano già fuori. Mi piace sottolineare che comunque la nostra squadra è sempre andata a testa dritta, giocando con grinta ed orgoglio. Ed inoltre abbiamo lanciato giovani come Biraschi».
E ora cosa succederà?
«Non lo so. Io con il calcio chiudo. Sono tredici anni che gestisco la società stando a 100 chilometri di distanza. Ho sempre rischiato in prima persona. In questi anni avrò messo di tasca 15-16 milioni, uno e spesso due a stagione. Mi sono frugato in tasca tante volte e solo negli ultimi anni ho cercato di risparmiare, anche se a gennaio ho speso diversi soldi, perché ci credevo ancora, volevo fare un ultimo tentativo per salvare la categoria».
Camilli tiene a precisare che «lascio una società sana, che ha gli unici debiti negli stipendi di aprile e maggio che devono ancora scadere. Non come Cesena e Bari che hanno un bilancio in rosso di decine di milioni. Ho avuto tante soddisfazioni in questi anni, tanto affetto dalla gente, ma è il momento di dire basta. Sono anche cambiate tante cose strada facendo. Il Comunque prima ci dava 180.000 euro, poi è sceso a 120, quindi a 40 ed ora ci paga solo le utenze. E anche la città ci sta seguendo sempre meno: con l’Empoli c’erano solo 208 paganti. Se qualcuno vuole il Grosseto glielo regalo, altrimenti ripartirà dalla serie D, dove l’ho preso».
«Sapete un’altra cosa? - conclude Camilli - Io la C non la faccio, mi ci hanno mandato per forza. E questo non l’accetto».
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