Sicurezza
Ulivieri, gli sms e i presidenti che sbagliano
GROSSETO. «Io dico sempre agli allenatori di messaggiare poco con i calciatori. Dico che è meglio mettere una mano sulla spalla al giocatore e parlargli, per correggerlo». Renzo Ulivieri non fa...
GROSSETO. «Io dico sempre agli allenatori di messaggiare poco con i calciatori. Dico che è meglio mettere una mano sulla spalla al giocatore e parlargli, per correggerlo». Renzo Ulivieri non fa fatica ad ammettere di essere della vecchia scuola, almeno sotto questo punto di vista. Ammette di non poter fare a meno di seguire le novità, pur se ultrasettantenne, ma spiega che «la voglia di nuovo va presa con la giusta misura». Il presidente degli allenatori italiani ha parlato al Panathlon Grosseto. Esperienze, aneddoti, errori, successi. Tutti legati dal filo rosso (è il caso di dirlo, visto che sulla scrivania tiene il busto di Lenin) del rapporto personale: «A me piace confrontarmi con i giocatori. Io mi riconosco nel proletariato del calcio: il campione va per conto suo. Mourinho è un esaltatore delle individualità; per me la squadra è una cooperativa, una società di mutuo soccorso». Ne ha avuti, di campioni, «ma uno alla volta, non tutti insieme, come capita a chi allena le grandi squadre», e riconosce di aver dovuto sacrificare il campione (era Baggio, al Bologna) alla squadra, dopo aver inutilmente cercato di fare il contrario. «Ho imparato da poco che l'allenatore non può incidere gli attimi, quelli in cui il fuoriclasse vede, capisce, prevede e agisce, ma solo sui secondi». Spiega che gli è sempre piaciuto insegnare il calcio, che «è una scienza, ma con tante variabili». Che da altri sport ha imparato l'importanza della preparazione fisica e dell'attività di contatto, i blocchi e i veli (dal basket), la capacità di saltare (dal volley). «Al corso allenatori facciamo leggere due libri: quello sulla vita di Arpad Weisz, allenatore ebreo morto in un campo di concentramento, e Lettera a una professoressa. Perché i ragazzi, anche oggi, sono sempre quelli di Barbiana». Quei ragazzi su cui ha puntato l'attenzione anche Paolo Sodi, maremmano consigliere Aiac: «Ricordiamoci di tutti quei Mario Rossi che allenano nei campi di provincia e che sono i più importanti del mondo perché allenano i nostri figli e i nostri nipoti: e noi non ci possiamo permettere di sbagliare».
Eppure sbagliano anche i mister, come sbagliano i presidenti quando dalle loro aziende passano a dirigere entità del tutto anomale come le società calcistiche («perdono forza, sicurezza»). Tante volte «è il mister alla mercé dei presidenti (e sono capitato male, qui a Grosseto - ha detto sorridendo con riferimento a Piero Camilli mangia-allenatori, ndr). Ma a volte è il contrario: Conte e Montella sono due allenatori che comandano in società. E i risultati di Juventus e Fiorentina si vedono». (p.s.)
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