Il Tirreno

Grosseto

«Vogliono farci morire senza avere prove certe»

di Maurizio Caldarelli
«Vogliono farci morire senza avere prove certe»

Il memoriale di Camilli al processo di Roma: «Non meritiamo tutto questo» «Carobbio si è venduto la partita agli zingari e il mio nome non l’ha mai fatto»

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di Maurizio Caldarelli

ROMA

«Ho 62 anni, nella vita mi sono fatto da solo, avendo perso mio padre da bambino. Ho la schiena dritta, so difendermi e sono a posto con la mia coscienza e la cosa che mi ha fatto più male è vedere mio figlio Luciano piangere dopo la richiesta di retrocessione del Grosseto».

Si è conclusa così, ieri all'ora di pranzo, la difesa del presidente del Grosseto Piero Camilli, nella seconda giornata del processo per l'inchiesta del calcioscommesse all'ex ostello della gioventù, al Foro Italico.

Camilli ha letto un memoriale, teso a convincere l'accusa della sua estraneità e quella della società, dopo che il procuratore Palazzi ha richiesto la retrocessione in Prima divisione Lega Pro con tre punti di penalizzazione. Camilli, per il quale è stata chiesta una condanna di cinque anni e conseguente preclusione, ha parlato per una decina di minuti, dopo un'arringa davvero incisiva, durata 45 minuti, di Mattia Grassani, il “Perry Mason della giustizia sportiva”.

«Questo non lo merito né io né la mia famiglia né il mondo del calcio che mi ha sempre visto protagonista positivo», ha detto Camilli, visibilmente commosso nel corso della sua arringa.

«L'avvocato della Nocerina (intervenuto in precedenza, insieme a quelli di Vicenza e Gubbio, ndr.) mi ha chiamato delinquente, ma dovrebbe rivolgersi in questo modo a qualcun altro - ha osservato - Io non merito questo trattamento, sono una persona per bene, ricopro incarichi pubblici (sindaco di Grotte di Castro, presidente della Provincia di Viterbo, presidente del consorzio di Bonifica) e sono nel calcio da 22 anni. Partendo dalla Seconda categoria sono arrivato in serie B e mai sono stato sfiorato da vicende del genere; sono ruvido ma leale».

E ha sottolineato le conseguenze delle accuse, a suo dire infondate, al Grosseto: «Qua si tratta di decretare la morte sportiva del Grosseto e la mia senza avere delle basi, delle accuse fondate».

Il presidente del Grosseto ha poi rigettato le accuse ricevute dal suo ex direttore sportivo Andrea Iaconi, «un uomo dalla dubbia moralità. Quando avrei parlato della presunta combine con lui? Ditemelo, per favore. Non ci sono riscontri certi, ho letto le carte cento volte: la partita non l'ha forse combinata Carobbio con gli zingari? E perché allora Carobbio non ha mai fatto il mio nome in modo diretto? E perchè la Procura di Cremona non mi ha mai cercato, né iscritto nel registro degli indagati? Un'ultima precisazione: Palazzi parla di una grave crisi tecnica del Grosseto prima della partita contro l'Ancona, ma avevamo raccolto sei punti nelle ultime tre partite. Venivamo da due vittorie e da una sconfitta contro il Lecce, che poi è andato in serie A. E secondo voi io dovevo comprare il pareggio avendo una squadra più forte?».

«Iaconi ce l'ha con me - ha aggiunto - perché l'ho cacciato. E dalle dichiarazioni rilasciate da Imborgia si capisce. Poi perché inventarsi l'infortunio a Joelson per uscire dal ritiro di Norcia, quando la macchina ce l'aveva lui in comodato d'uso? Spiegatemi una cosa: io sarei un ditattore quando compro le partite e non ci sono quando le vendono».

Su Iaconi è andato giù duro anche l'avvocato Grassani. Il legale del Grosseto ha cercato di smontare l'accusa sostenendo che «l'ex ds ha cercato la collaborazione con la Procura federale quando era prossimo alla condanna (infatti Iaconi non ha beneficiato dello sconto per la collaborazione ma ha fornito le rivelazioni un giorno prima delle sentenze). Il 28 marzo Iaconi ha negato ogni addebito e il 28 maggio ha verbalizzato di essere totalmente estraneo alla vicenda».

«Lo vogliamo capire - ha tuonato Grassani - che Iaconi ha agito motu proprio, perché dedito alle scommesse insieme al conoscente Erodiani, e che poi si siano incontrati sinergicamente con gli zingari?».

Grassani ha fatto presente anche che il ritiro puntivo dopo il 3-0 subìto col Lecce è imposto da Camilli con la netta contrarietà di Iaconi: «Quest'ultimo aveva litigato con Camilli, i due non si parlavano, cosa confermata anche dalle dichiarazioni dei dirigenti». L'avvocato ritiene dunque impossibile che Iaconi abbia contattato Camilli per alzare l'offerta della combine della partita di Ancona.

Grassani, prima di passare la parola al penalista Pierfrancesco Bruno, ha risposto in maniera decisa sulla presenza di Camilli ad Ancona: «Un uomo d'affari, proprietario di una grande catena di vendita al minuto di carne, che ha appena finito di firmare un accordo vicino ad Ancona a pochi minuti dall'inizio della partita della sua squadra, cosa dovrebbe fare? Tornarsene a casa o andare allo stadio?».

Come promesso, i legali biancorossi hanno dato battaglia, cercando di dimostrare che il castello accusatorio nei confronti del Grosseto si basa sul nulla. E Camilli, prima di entrare in aula ha tirato una frecciatina al procuratore Palazzi: «C'e' giustizia? Sono deboli con i forti e forti con i deboli. I tifosi sanno chi sono: mi batto per il Grosseto e sono una persona per bene. Speranze? Non dipende da me. Io sono qui per difendermi». E lo ha fatto con parole chiare, forti, che non lasciano adito ad interpretazioni.

L’impressione è che la società abbia fatto quello che era nelle sue possibilità. Tra l'8 ed il 9 agosto arriverà la sentenza. In caso di condanna, il Grosseto avrà due gradi di giudizio, il Tnas ed in ultima istanza il Tar. E senza prove certe, nessuna corte condannerebbe il Grosseto alla retrocessione e il suo presidente alla radiazione.

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