Attenzione
E Acerbis ha venduto per uno screzio
L’ex portiere. «Non l’ho fatto per soldi, ma per i brutti rapporti in società»
GROSSETO. «Ero portiere del Grosseto e non godevo delle simpatie, non so per quale ragione, del presidente Camilli e nemmeno dei tifosi. Quindi sapevo che prima o poi sarei andato via».
L’interrogatorio di Paolo Domenico Acerbis, uno degli arrestati nel filone d’inchiesta sul calcioscommesse della procura di Cremona, non può prescindere da questa premessa. Nemmeno i soldi gli interessavano, come ricorda per la combine di Torino-Grosseto. «A Torino andiamo all’autogrill, si avvicina Carobbio e siamo entrati nel discorso di farla vincere al Toro. Io ho detto, va bene, ma l’ho fatto solo perché avevo problemi con questa persona (Camilli, ndr), questo è uno screzio, a me i soldi non servivano».
Eppure in una stanza d’albergo a Torino, dopo aver parlato con un imprecisato inglese, Acerbis riceve dallo straniero 15mila euro per perdere. «Altre somme andarono a Carobbio, forse di più - dice Acerbis - poi a Conteh e Turati. Perdemmo 4-1 ma tre gol erano davvero imparabili, non ho mai voluto fare figure inaccettabili».
Di fronte al Gip Salvini, Acerbis ha parlato anche di Ancona-Grosseto. «Il Grosseto. imteso come società voleva comprare la partita per andare ai playoff, ma l’Ancona non era d’accordo e finì 1-1. Carobbio voleva far entrare anche gli zingari in quella scommessa, ma il giorno della gara mi disse che non se ne faceva nulla».
Poi viene tirato in ballo anche il ds Iaconi per la sfida di Frosinone. Anche in quella circostanza Carobbio voleva coinvolgere “gli zingari” nelle scommesse, «ma fece retromarcia quando seppe che Iaconi aveva saputo che i giocatori volevano comprarsela...».
Di quella gara c’è anche un episodio con l’attaccante del Frosinone Santoruvo. «Vicino all’area di rigore, dopo un fallo, mi fa “Siamo d’accordo”, nel senso che io non avrei parato il rigore. Ma poi il rigore non ci fu...E poi non giocavo da un mese e mezzo, non volevo prendere il gol».
E poi arriva Grosseto-Reggina. «Loro dovevano vincere per salvarsi, ci fu un incontro a casa mia, con due zingari, cioè Gegic e non so se Saka o Ribic. Io ricevetti 20mila euro, ma Consonni, estraneo all’accordo, segnò il pareggio al 90’. Noi riconsegnammo i soldi agli zingari in un albergo fuori Grosseto. I miei compagni di squadra si arrabbiarono con me, dissero che avevo giocato bene, rilanciando verso gli attaccanti al 90’». Troppo impegno, insomma.
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