Il Tirreno

Grosseto

Don Ippolito presenta il suo libro scritto usando carta e penna

La storia di Cortevecchia raccontata dal prete che non usa il computer

Fiora Bonelli
La storia di Cortevecchia raccontata dal prete che non usa il computer

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 SEMPRONIANO. Quando avrebbe potuto fare carriera, preferì l'Amiata al Vaticano, ha rispolverato per tutta la vita antiche carte e anche oggi frequenta archivi, annota e scrive, tutto sempre rigorosamente a mano. Un principio indiscutibile la scrittura da amanuense, come il fatto di non guardare la tv. Questa è una scheggia della storia di un prete di campagna, don Ippolito Corridori.  Lo storico parroco di Semproniano, adesso in pensione, ha presentato nei giorni scorsi il suo ultimo libro, "Cortevecchia, antologia storica di una popolazione rurale", edito da Effigi. Festeggiato dal vescovo di Pitigliano, monsignor Borghetti, dal sindaco Bellini e dalla giunta, ma soprattutto forte del calore della sua comunità che lo ha accolto con banda e majorettes, don Ippolito ha presentato il suo lavoro come "il poema della povera gente".  Perché, sostanzialmente, di questo parla la preziosa ricerca della umile storia della comunità di Cortevecchia dalle origini ai giorni nostri. Oggi luogo di turismo di grande notorietà internazionale, Cortevecchia si lega alla storia della Contea di Santa Fiora prima e alle vicende minerarie della Società Monte Amiata, poi. «Una comunità stretta fra chiesa, lavoro e cimitero, ecco quel che era una volta Cortevecchia - spiega don Ippolito - una comunità religiosa e fraterna».  Il vecchio parroco ha parlato col cuore in mano e ha messo nel suo discorso tutta la consueta vitalità, che continua a brillare nonostante i suoi 91 anni, portati benissimo. Con una punta di orgoglio mostra la targa ricordo appesa dall'Amministrazione comunale, alla parete della sala consiliare, nel 2006, per i 60 anni del suo sacerdozio e ripercorre spicchi di vita.  Quali le tappe principali della sua vita?  «Sono nato a Vallerona, nel febbraio di 91 anni fa, per la Candelora. Ordinato sacerdote, mi avrebbero voluto in Vaticano, ma io sono voluto ritornare nella nostra Amiata: e ci sono restato per 52 anni, fra Poggio Murella, Capanne e Semproniano. E ne sono fiero e felice».  Quanti libri di ricerca ha scritto?  «Mica tanti, una trentacinquina. Se si considera che ho cominciato a scrivere da quando avevo 17 anni, 35 libri sono un numero modesto. Lì dentro c'è tutto il mio amore per la ricerca e la storia di questo mio territorio. A 17 anni, collaboravo già al giornalino del seminario "Il tralcio", ma anche ora, settimanalmente, mando i miei articoli a "Toscana oggi" e a "Confronto", il foglio della diocesi di Pitigliano. Con le mani in mano non ci sto».  Studia, dunque, ancora.  «Il tempo libero lo passo in archivio. Sono archivista della diocesi di Pitigliano, non mi hanno ancora cacciato. Leggo molto, niente televisione e scrivo, rigorosamente a mano».  Niente computer?  «Assolutamente no. Voglio vedere l'inchiostro sul foglio. Poi passo i lavori a mia nipote che li trascrive e li spedisce via telematica, ma a me questa parte non interessa. A me interessa il prima. La fase della scoperta e del dialogo coi documenti».  Anche per il libro di Cortevecchia ha usato il medesimo metodo?  «Certo, ho scovato documenti inediti nell'archivio di Pitigliano e basandomi su di essi ho delineato la storia della comunità. Come ho sempre fatto».

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