Il Tirreno

Grosseto

Nel 40º anniversario della morte, la Fondazione a lui intitolata organizza una straordinaria giornata di eventi

Omaggio al genio di Bianciardi

Omaggio al genio di Bianciardi

Stefano Adami: «Si allontanò da Grosseto ma la sentì sempre nel suo cuore»

4 MINUTI DI LETTURA





 GROSSETO. Genio eclettico e dissacratore, era nato il 14 dicembre del 1922 a Grosseto e scomparve a Milano il 14 novembre 1971 a 49 anni. Oggi, dunque, è il giorno della memoria. Con documenti, video e reading Grosseto omaggia lo straordinario talento di Luciano Bianciardi nel 40º anniversario della morte. E Stefano Adami, componente del comitato scientifico della fondazione, lo ricorda così.  «Nel nostro dibattito pubblico plastificato, un dibattito fatto solo di ricorrenze di nascite e morti - dice Adami - siamo ormai ridotti a ricordare fatti, idee e persone solo in occasione della relativa nascita o morte. E dunque ricordiamo Luciano Bianciardi, grossetano, che morì quarant'anni fa a Milano. A neanche cinquant'anni. Pino Corrias ha dedicato a lui una biografia ben fatta, appena ripubblicata da Feltrinelli ("Vita agra di un anarchico"). Altrettanto interessante e ricca di informazioni è la biografia di Alvaro Bertani ("Da Grosseto a Milano. La vita breve di Luciano Bianciardi", ExCogita editore). L'editore Isbn ha pubblicato le opere complete di Bianciardi in 2 volumi. Grosseto ha inoltre una Fondazione e una rivista (Il Gabellino: www.ilgabellino.eu) dedicata allo scrittore.  Bianciardi nasce a Grosseto nel '22 in una generazione che fu di svolta per la cultura italiana: la stessa di Calvino e Pasolini. Mamma maestra, babbo impiegato di banca, entrambe a Grosseto.  Fin da ragazzo Luciano Bianciardi ha avuto una schietta vocazione internazionale, antilocalistica. Nel testo autobiografico intitolato "Nascita di uomini democratici", ci racconta che una delle prime cose a colpirlo negativamente del fascismo, da adolescente, fu quell'aria autarchica, da strapaese, claustrofobica, provinciale, tipica della cultura di regime. E in quegli anni la principale via di fuga, per il giovane Luciano, è la lingua inglese. In uno dei suoi ultimi racconti, delicatissimo, "Il solo amore" (1971), il narratore confessa al lettore di essersi innamorato una volta sola nella vita, a 14 anni, della professoressa d'inglese del liceo in cui ha studiato da ragazzo: la professoressa Ponticelli. Quell'amore per l'inglese ha salvato Bianciardi, e salverà un paese intero all'indomani del secondo conflitto mondiale.  Dice Bianciardi: "Mia moglie è più grande di me... quando facciamo l'amore esige che si parli inglese". "Do you love it, honey?" "Yes, I love it". Poi ci si addormenta".  Bianciardi si diploma a Grosseto e poi s'iscrive all'Università a Pisa, facoltà di filosofia. Ma frequenta poco: scoppia la guerra e parte come ufficiale. La tragica esperienza della seconda guerra mondiale rappresenta un cruciale luogo di formazione. Destinato al collegamento fra le truppe italiane e quelle statunitensi, il giovane Bianciardi ha modo di assimilare quell'inglese colloquiale il cui controllo farà di lui, negli anni '50 e '60, un traduttore molto capace e abile. In quegli anni traducono infatti in Italia molti traduttori'di scuola', che non hanno mai parlato una parola d'inglese, e sulla pagina si vede. Non è il caso di Bianciardi. Molte opere da lui tradotte dall'inglese lo influenzeranno profondamente: fra tutte i due "Tropici" di Miller, e William Fulkner. "A Bianciardi - dicevano i suoi amici milanesi - lo ha rovinato Miller". Dopo la guerra si laurea, si sposa, lavora a Grosseto come insegnante d'inglese al liceo e direttore della locale biblioteca. Ma la tragica esplosione della miniera di Ribolla, nel 1954, lo sconvolge profondamente e lo spinge a trasferirsi a Milano dove - dice scherzosamente - vuol "mettere la bomba sotto il torracchione della Montecatini", padrona delle miniere maremmane. Negli anni '60 è redattore e traduttore per Feltrinelli (che lo licenzierà per "scarso rendimento"). Nel '62 pubblica "La vita agra". Un grande successo. Lizzani ne fa un film, protagonista Tognazzi. E la vita agra, con questo, per Bianciardi potrebbe finire. Invece non è così. L'Italia del boom, con la sua superficialità, la sua ipocrisia, il suo vuoto, l'Italia del film "Il sorpasso", non gli piace. Odia la dirigenza politico-economico-social-divertentistico italiana? Se ne allontana. Sente sempre più forti e vive le sue radici grossetane e torna sempre più spesso in Maremma dove ha due figli dal suo matrimonio. Nel 1964, con Maria Jatosti (la compagna con cui vive a Milano) e il figlio Marcello si trasferisce a Rapallo. Scrive per "Le ore" una rubrica di critica televisiva, molto popolare, intitolata Telebianciardi. Sul Guerin Sportivo ha un'altrettanto seguita rubrica di lettere. Nel 1969 pubblica l'ultimo romanzo contro il potere, "Aprire il fuoco", che ambienta le cinque giornate antiaustriache di Milano nell'Italia degli anni '60. Non riesce però ad abbandonare l'alcool ed è in seguito all'ultima crisi che viene ricoverato a Milano dove muore il 14 novembre del '71. Dicendo a Maria, la compagna: "È tutta colpa tua"».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa