Il dolore
CALCIO
Niente calcio per chi è extracomunitario
Filippo Bardelli
◗
SCUOLA CALCIO Bambini ripresi durante una partitaPer un mondo del calcio sempre più lontano dai romantici valori della lealtà e della sana competizione, le squadre minori e, in particolare, i settori giovanili riescono ancora a ritagliarsi l'emozione di un attaccamento alla maglia e una pulita condivisione dei principi dello sport. Proprio con i bambini e con i ragazzi, il gioco del calcio è spesso un veicolo di integrazione, di crescita e di solidarietà, grazie al serio lavoro di tecnici preparati e di genitori appassionati. La bella favola si conclude miseramente, quando la burocrazia dei "grandi" si frappone al sogno di una maglietta, di un paio di pantaloncini e di un pallone da calciare nella porta avversaria e riscuotere l'abbraccio di tutta la squadra.
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ARCIDOSSO. Per un mondo del calcio sempre più lontano dai romantici valori della lealtà e della sana competizione, le squadre minori e, in particolare, i settori giovanili riescono ancora a ritagliarsi l'emozione di un attaccamento alla maglia e una pulita condivisione dei principi dello sport. Proprio con i bambini e con i ragazzi, il gioco del calcio è spesso un veicolo di integrazione, di crescita e di solidarietà, grazie al serio lavoro di tecnici preparati e di genitori appassionati. La bella favola si conclude miseramente, quando la burocrazia dei "grandi" si frappone al sogno di una maglietta, di un paio di pantaloncini e di un pallone da calciare nella porta avversaria e riscuotere l'abbraccio di tutta la squadra.
Le regole per il tesseramento dei bambini extracomunitari, infatti, prevedono oggi un preciso presupposto per l'iscrizione alle società sportive. Non bastano più le foto, il certificato del pediatra, il certificato contestuale, quello di frequenza scolastica e il permesso di soggiorno; è altresì necessario il contratto di lavoro dei genitori e l'autocertificazione di essere stato iscritto o meno nella Federazione del Paese di provenienza.
«Vorrei sapere come dobbiamo fare, noi dirigenti sportivi a spiegare a questi bambini, che loro non possono iscriversi e giocare con i loro amici perché il padre non ha un lavoro, non ha un conto corrente in banca, non beneficia di buoni mensa, né di ferie pagate? E se chiediamo loro se fossero tesserati in una squadra del loro Paese, probabilmente ci sentiremmo rispondere che nella loro patria, l'impegno maggiore e quotidiano era quello di trovare da mangiare qualcosa». Lo sfogo è di Massimo Bargagli, presidente della Giovanile Amiata di calcio, associazione che da molti anni sta portando avanti un prezioso lavoro per la crescita sportiva e umana dei propri ragazzi, contornato, peraltro, da molti successi a livello calcistico.
«Cari burocrati - prosegue il presidente Bargagli - uscite da quegli uffici, venite nei campi sportivi, dove si lavora per gli altri e dateci una mano a dare una mano. Non ci mettete i bastoni fra le ruote. Noi dirigenti e genitori impegniamo molto del nostro tempo al servizio degli altri e le soddisfazioni ci vengono date dal vedere i nostri ragazzi crescere e diventare uomini, con dei valori importanti».
La vicenda farà sicuramente discutere e lo sfogo del presidente della Giovanile Amiata sarà sposato da altri dirigenti sportivi. L'auspicio è che nei Palazzi ci sia la volontà di proseguire l'attento e delicato lavoro sulla regolamentazione e l'integrazione degli extracomunitari, calandosi però in maniera serena e costruttiva nelle situazioni, nelle quali la rigidità rischia di essere un elemento discriminante piuttosto che di controllo.
Guardando alla facilità con cui, sempre nel calcio, talvolta vengono concessi permessi, se non la stessa nazionalità, grazie a lontani parenti di origine italiana, viene da chiedersi se sia necessaria una mano così dura verso i piccoli calciatori extracomunitari. Chissà se i vari Eto'o, Muntari, Weah, prima di essere accolti con contratti faraonici, avranno avuto problemi a farsi accettare in Italia...
Le regole per il tesseramento dei bambini extracomunitari, infatti, prevedono oggi un preciso presupposto per l'iscrizione alle società sportive. Non bastano più le foto, il certificato del pediatra, il certificato contestuale, quello di frequenza scolastica e il permesso di soggiorno; è altresì necessario il contratto di lavoro dei genitori e l'autocertificazione di essere stato iscritto o meno nella Federazione del Paese di provenienza.
«Vorrei sapere come dobbiamo fare, noi dirigenti sportivi a spiegare a questi bambini, che loro non possono iscriversi e giocare con i loro amici perché il padre non ha un lavoro, non ha un conto corrente in banca, non beneficia di buoni mensa, né di ferie pagate? E se chiediamo loro se fossero tesserati in una squadra del loro Paese, probabilmente ci sentiremmo rispondere che nella loro patria, l'impegno maggiore e quotidiano era quello di trovare da mangiare qualcosa». Lo sfogo è di Massimo Bargagli, presidente della Giovanile Amiata di calcio, associazione che da molti anni sta portando avanti un prezioso lavoro per la crescita sportiva e umana dei propri ragazzi, contornato, peraltro, da molti successi a livello calcistico.
«Cari burocrati - prosegue il presidente Bargagli - uscite da quegli uffici, venite nei campi sportivi, dove si lavora per gli altri e dateci una mano a dare una mano. Non ci mettete i bastoni fra le ruote. Noi dirigenti e genitori impegniamo molto del nostro tempo al servizio degli altri e le soddisfazioni ci vengono date dal vedere i nostri ragazzi crescere e diventare uomini, con dei valori importanti».
La vicenda farà sicuramente discutere e lo sfogo del presidente della Giovanile Amiata sarà sposato da altri dirigenti sportivi. L'auspicio è che nei Palazzi ci sia la volontà di proseguire l'attento e delicato lavoro sulla regolamentazione e l'integrazione degli extracomunitari, calandosi però in maniera serena e costruttiva nelle situazioni, nelle quali la rigidità rischia di essere un elemento discriminante piuttosto che di controllo.
Guardando alla facilità con cui, sempre nel calcio, talvolta vengono concessi permessi, se non la stessa nazionalità, grazie a lontani parenti di origine italiana, viene da chiedersi se sia necessaria una mano così dura verso i piccoli calciatori extracomunitari. Chissà se i vari Eto'o, Muntari, Weah, prima di essere accolti con contratti faraonici, avranno avuto problemi a farsi accettare in Italia...
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