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Storica dipendente licenziata da Pam per 2,9 euro: il caso toscano adesso diventa politico

di Redazione Grosseto
La struttura di Grosseto
La struttura di Grosseto

Aveva fatto la spesa, poi la busta si era lacerata e un flacone si era rotto quindi aveva “sostituito” il prodotto senza pagarlo: tante le reazioni arrivate in queste ore dal mondo della politica

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GROSSETO. Il nostro articolo sulla storica dipendente Pam licenziata – per giusta causa secondo l’azienda, con un atto «illegittimo e spropositato» secondo Filcams Cgil – ha dato il La a riflessioni politiche.

Di cosa parliamo

La donna aveva fatto la spesa al suo stesso supermercato, in via del Sabotino. Appena uscita, la borsa in cui aveva riposto un contenitore di detergente si era rotta e il flacone era rovinato a terra, lei era rientrata e ne aveva preso un altro; una “sostituzione” per la quale non aveva pagato una cifra di poco inferiore a 3 euro: sottrazione di beni aziendali senza autorizzazione.

Le reazioni politiche

Il circolo di Rifondazione comunista “Vittorio Stefanini” le esprime totale solidarietà e piena vicinanza: «Un fatto gravissimo che rappresenta l’ennesima dimostrazione di come, nella grande distribuzione organizzata, la persona venga ridotta a ingranaggio sacrificabile, mentre il profitto diventa l’unico valore riconosciuto. Licenziare una lavoratrice per pochi euro significa affermare che la dignità del lavoro vale meno della merce sugli scaffali. È una scelta che non ha nulla di educativo o disciplinare: è una punizione esemplare, costruita per alimentare paura e obbedienza».

Il circolo denuncia «un modello fondato su controllo, sospetto permanente e repressione, in cui i lavoratori vengono trattati come potenziali colpevoli e non come persone che garantiscono ogni giorno il funzionamento dell’impresa», e che «a Grosseto come nel resto del Paese, la grande distribuzione sta diventando un laboratorio di sperimentazione di rapporti di lavoro autoritari, dove la minima contestazione può trasformarsi in espulsione».

Rifondazione mette su un piatto della bilancia dignità, reddito e stabilità, e sull’altro il valore economico del prodotto: «Questo è il risultato di anni di politiche che hanno smantellato le tutele, indebolito lo Statuto dei lavoratori e legittimato l’idea che il licenziamento sia una normale modalità di gestione aziendale». Di qui la richiesta: «Immediato ritiro del provvedimento disciplinare, il reintegro della lavoratrice e l’apertura di un confronto reale con le organizzazioni sindacali».

Fa eco al circolo Marco Simiani, del Partito democratico: «Qui non c’è alcuna tutela del patrimonio aziendale. C’è solo un abuso di potere, una scelta che mortifica la persona e manda un messaggio pericoloso a tutte le lavoratrici e i lavoratori: sei sacrificabile, anche dopo decenni. Ma altrettanto grave è il silenzio delle istituzioni. Un silenzio che pesa come una responsabilità politica».

L’onorevole alza il tiro: «Il governo ha scelto di voltarsi dall’altra parte di fronte a licenziamenti e pratiche vessatorie che la magistratura ha già contestato. Ha respinto atti parlamentari che chiedevano di intervenire sulla crisi del gruppo, di fermare strumenti umilianti come il cosiddetto “test del finto cliente” e di aprire un tavolo nazionale per la tutela dell’occupazione. Non è distrazione: è una scelta precisa. Una scelta che significa abbandonare chi lavora, legittimare comportamenti aziendali arbitrari e rinunciare al ruolo pubblico di difesa del lavoro e dei diritti. Quando lo Stato si ritrae, i più deboli restano soli».

Il caso

Il caso è diretto in tribunale, area civile: entro un mese e mezzo ci sarà udienza dal giudice Giuseppe Grosso, competente in controversie in materia di lavoro, previdenza e assistenza obbligatoria. In quella sede la tanto la dipendente licenziata che lo stesso gruppo Pam, assistita dall’avvocato Paolo Martellucci potranno far valere le rispettive ragioni.

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