Sicurezza
Grosseto, è morto Lucio: addio all’ingegnere ristoratore
Titolare del locale “Lucignolo”, si era battuto per rivitalizzare il centro storico della città
GROSSETO. È morto a 72 anni, sopraffatto da una malattia incurabile contro cui combatteva da 8 anni, l’ingegnere e imprenditore Lucio Fortunati. Era titolare del ristorante Lucignolo in centro storico (via Garibaldi) che portava avanti con la compagna Manuela. Si è spento a casa giovedì 14 novembre.
La vita da imprenditore
Grossetano, maturità scientifica, una laurea in ingegneria delle telecomunicazioni, Fortunati era iscritto all’ordine degli Ingegneri della provincia di Grosseto anche se negli ultimi anni non esercitava più la professione. Aveva nel frattempo creato, da oltre 10 anni, un’attività imprenditoriale in centro storico che andava (e va tuttora) benissimo, meta prediletta di professionisti, politici e amministratori che ogni giorno si ritrovano qua anche per pranzi e cene di lavoro. Menu vario, semplice e sfizioso, quanto basta per essersi conquistato un posto di primo piano tra i frequentatori del centro, residenti e turisti. L’ingegnere, tra quei tavoli, era presenza fissa da sempre accanto alla compagna Manuela. Fortunati aveva avuto un figlio dal precedente matrimonio; lascia anche due nipotini, un maschio e una femmina. Commossi e addolorati i colleghi, nessuno dei quali dimenticherà mai il suo sorriso.
I ricordi
Gianluca Monaci, ex presidente dell’ordine provinciale degli ingegneri, racconta che «Lucio ha affrontato la malattia sempre a testa alta, con coraggio: era una persona positiva». Appassionato di calcio, per anni aveva giocato nella squadra dell’ordine provinciale degli ingegneri facendosi valere. Con Enrico Romualdi, attuale presidente dell’ordine, si conoscevano da una vita. «Negli ultimi anni condivideva con noi colleghi la sua malattia, sempre affrontata con tenacia, la stessa che riponeva in tutte le cose, nel lavoro e nei suoi affetti. Fino a diverso tempo fa, nei tornei regionali, era una colonna portante della nostra squadra: era un centrale difensivo. Determinato, attaccato alla maglia. Non gli piaceva perdere e quando non gli tornava qualcosa non te le mandava a dire. Positivo e diretto; nei rapporti interpersonali era poco diplomatico, ma quella era la cifra che amavamo di lui». Umano e dotato di un’eleganza innata. Fortunati era uno dei clienti più affezionati del bar La Vasca, tanto che la mattina erano in molti a incrociarlo lì con colleghi e amici, a sorseggiare un caffè prima di tuffarsi nel lavoro. «Riservato e combattivo, non mostrava auto compatimenti». Così lo racconta un altro ingegnere, Girolamo Gambini. «Ci conoscemmo da ragazzini giocando a calcio quando lui aveva 18 e io 14 anni, e poi non ci siamo più persi di vista», racconta. «A lungo, tutti i venerdì, abbiamo giocato insieme. Lucio era molto umano. L’ho riscontrato nei momenti difficili della mia vita: solo in apparenza burbero, invece era capace di starti vicino. E poi era simpatico, ci faceva ridere. Nella malattia si è battuto parecchio: un giorno mi ha detto: “Sai cosa, Girolamo? In fin dei conti ho vissuto una vita regolare, la malattia non mi ha impedito di fare le cose che amavo”».
Tra queste cose c’era il ristorante Lucignolo, da lui fondato e curato nei dettagli. Fortunati grazie a quest’attività era diventato un profondo conoscitore del centro storico, di cui conosceva crisi e sognava il rilancio. Ad aprile 2023 (un anno e mezzo fa) l’ingegnere aveva contattato Il Tirreno per condividere le sue riflessioni. «I problemi oggi lamentati esistono da tempo e sono stati aggravati dal generale ristagno economico. Credo che qualcosa di nuovo vada tentato; le mura e la cultura non basteranno. Dobbiamo inventarci qualcosa di caratterizzante e che non si trova da altre parti. Ogni tanto passo nella piazza ormai detta “del melograno” e spesso vedo turisti italiani e stranieri che si fanno fotografie con la fontana e l’albero in ferro come sfondo. Perché (per esempio) non provare a far diventare Grosseto la città degli alberi di ferro? Si potrebbero organizzare uno o due eventi annuali cui invitare fabbri/artisti da tutta Italia che espongano le loro opere. Curiosità e caratterizzazione richiamano sempre turismo e a questo si associano movimento ed entusiasmo (una medicina anche per il commercio). Ci vorrà tempo, ma si parte sempre da zero. Solo un’idea, ma perché non provare?». Era solo una delle tante idee di un uomo innamorato della sua città e del “suo” centro. Così come amava Manuela, sua compagna di vita per 25 anni. «Gli sono stata accanto fino all’ultimo», tiene a dire lei, tra le lacrime.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
