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Grosseto, la Chiccaia non ritorna più: chiuso anche Madamadorè. La crisi dei negozi del centro

di Matteo Scardigli
Grosseto, la Chiccaia non ritorna più: chiuso anche Madamadorè. La crisi dei negozi del centro

La voce dei commercianti dopo le ultime chiusure delle attività: «Proviamo tristezza, c’è disaffezione dei grossetani per quest’area»

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GROSSETO. C’era una volta la Chiccaia, che quando usciva per un caffè o una commissione prendeva il foglio “La Chiccaia torna…”, scriveva quando e lo attaccava in vetrina prima di chiudere a chiave. Oggi, al civico 38 di strada Garibaldi, il foglio c’è ancora; ma “la Chiccaia non torna più”. Lo stillicidio dei fondi commerciali in centro storico – nel centro storico che non è corso Carducci e zone limitrofe – continua.

Di soluzioni, a sentire gli esercenti, neanche l’ombra; tanto che per paradosso lascia anche chi quella soluzione era stata candidata a trovarla: la saracinesca di Agata Renzo, titolare dello storico negozio Madamadorè, nuova presidente del Centro commerciale naturale appena uscito dal “congelamento” un anno e mezzo fa, è ormai abbassata.

Il Black Friday, cantieri aperti, la concorrenza inarrestabile di e-commerce e grande distribuzione, gli eventi organizzati dal Comune sporadici e circoscritti a piazza Dante e poco oltre, la pavimentazione che non va, i prezzi dei fondi alle stelle (salvo mosche bianche), i pochi parcheggi e a pagamento. Ai commercianti che incontriamo, quelli che non sono stanchi di ripetere sempre le solite cose ancora e ancora, mancano ormai – lo dicono loro per primi – anche gli spunti originali per commentare il vicolo cieco che è ogni strada e via dentro le Mura Medicee salvo corso Carducci, salvo faccia ristorazione o somministrazione (ma anche lì…).

Con il mercato del giovedì strapieno, in centro anche tanti ragazzi delle scuole superiori in gita nel capoluogo, appena scesi dai pullman, in cerca tra un annuncio “Affittasi” e uno “Vendesi” di una fetta di schiaccia. Metafora perfetta per riassumere il pensiero comune degli esercenti: «Passeggio tanto, pochi acquisti».

Paolo Martini (Fleurs Atelier) è in centro da dodici anni e da sette in via Colombo. «Sono artigiano, la mia attività si basa sul passaparola e non sul cliente occasionale. Ma guardandomi intorno provo tristezza. Qui all’angolo della piazza c’era la merceria dalla quale, a volte, mi sono servito: ha chiuso anni fa, come il pluridecennale negozio di tessuti». Non lascia il centro storico, spiega, perché è quasi l’ambiente naturale per il suo mestiere.

In via dell’Unione c’era venuta apposta Silvia Notari (Fantasia), sette anni e mezzo fa: «Prima facevo un altro lavoro, e all’epoca decidemmo di affittare qui considerandolo un investimento. Oggi, invece, con la dispersione della gente in varie zone commerciali ben lontane dal centro storico, nei grossetani si è creata una vera e propria disaffezione per quest’area».

Non è difficile trovare riscontro alle sue parole. Basta scegliere un fondo chiuso (la scelta, purtroppo, è ampia) e chiedere in giro chi c’era prima in quel posto. «Sono qui in via San Martino con la mia cartoleria da oltre 25 anni e solo poco tempo fa qualcuno è venuto a farmi i complimenti perché “avevo aperto un nuovo negozio che in centro mancava proprio”. Senza parole», confessa M.Cristina Magnani (Cartoonia snc).

A chiudere idealmente il cerchio è Giulia Simoni (Retró), una che in via San Martino c’è venuta di proposito lasciando proprio corso Carducci: «Perché i grossetani non vengono in centro storico? Quando Madamadorè ha organizzato i “saluti” c’è stato chi, dispiaciutissimo, voleva venire a salutare, solo che è andato al vecchio fondo perché non sapeva che il negozio si era spostato qui; otto anni fa».


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