Il Tirreno

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Lutti

È morto Mario Feri, una vita al servizio dell’Isola del Giglio

di Ivana Agostini

	Mario Feri in una foto fornita dalla famiglia
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Mario Feri in una foto fornita dalla famiglia

Era stato a lungo dipendente dell’ufficio tributi. Il ricordo del figlio: «Risolveva i problemi degli altri, amava il contatto con le persone»

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ISOLA DEL GIGLIO. La sua grande passione erano i libri. Nell’arco della sua vita ne ha comprati moltissimi. Non appena aveva un attimo libero leggeva. Era serio e riservato ma allo steso tempo amava fare gli scherzi. Un tipo burlone e come lo definisce il figlio «a volte dispettoso». Erano le caratteristiche principali di Mario Feri (padre di Stefano Feri, titolare al Giglio dell’albergo Campese). Si è spento nei giorni scorsi all’età di 85 anni.
Gli affetti e le origini
La famiglia d’origine di Mario era di Arcidosso anche se lui era nato a Oronzo di Cadore, sulle Dolomiti. Era stato dipendente comunale del Comune di isola del Giglio. Per circa 30 anni aveva lavorato all’ufficio tributi. Prima del Giglio era stato impiegato al Comune di Monte Argentario. Sull’isola era arrivato per amore. E per amore aveva partecipato a un concorso per entrare in Comune.
I ricordi
Anche sul lavoro, nonostante la sua nota professionalità, amava fare gli scherzi. «Uno dei suoi colleghi e più cari amici – ricorda il figlio Stefano – è Attilio Brothel che è stato anche sindaco dell’isola. Una volta una persona telefonò in ufficio per cercarlo. Rispose mio padre che con tutta la serietà di cui era capace comunicò alla persona all’altro capo del telefono che Brothel era morto. In poco la notizia si diffuse sull’isola ma Attilio era vivo e vegeto». «Mi ha fatto morire tante volte – commenta Brothel – una volta lo ha detto anche a mia moglie. Lui era così. Ne ha fatti tantissimi di scherzi. Era una persona amabile e veramente per bene. Un gran lavoratore e un grande professionista. Sapeva trattare con le persone». «Mio padre – aggiunge Stefano – non ha mai avuto la stoffa dell’imprenditore. Lui era un perfetto dipendente pubblico ma nella nostra attività dava solo una mano, teneva i conti ma lui non era fatto per questo mestiere. Amava il suo lavoro».
Il calcio
Quando abitava all’Argentario giocava a calcio. «Era un discreto giocatore», dice il figlio. Si era anche dedicato al volontariato, alla parrocchia. Un uomo attento agli altri. «Lui più che dire che aveva un problema – continua Stefano Feri – risolveva i problemi degli altri. In ufficio si stupivano tutti perché gli utenti, dopo aver parlato con lui, uscivano contenti e pagavano i tributi senza dire nulla». Negli ultimi anni la sua vita era condizionata da una malattia che non gli permetteva più di condurre la sua vita di sempre. «Voglio ricordare mio padre – conclude Stefano – com’era prima della malattia quando amava fare scherzi ed era una persona di profonda cultura. La nostra casa è piena dei suoi libri».
 

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