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Grosseto, imprenditore evade dai domiciliari: «Devo pensare all’azienda» – Il nome
Nell’aula del tribunale l’indagato ha spiegato al giudice perché non era a casa: «Quando ho visto i carabinieri mi sono trovato in imbarazzo»
GROSSETO. «Sono uscito da casa, è vero. Ma io sono il responsabile del lavoro di cinquanta persone e se non provvedo io l’impresa va a rotoli». È stato più o meno con queste parole che Riccardo Bennati si è difeso. Imprenditore, 49 anni, è finito in manette per evasione dagli arresti domiciliari dall’abitazione di Roccastrada: da poche settimane, il giudice gli aveva imposto di restare a casa, per un’altra vicenda penale (minacce e incendio), alle 2 della notte tra lunedì e ieri è stato invece trovato in via Aurelia nord, per strada, poco dopo aver fatto rifornimento in una stazione di servizio dalle parti della stazione. Bennati ha ammesso tutto, ma ha voluto spiegare. Dovrà comunque tornare ai domiciliari, adesso con il braccialetto elettronico, come chiesto dalla viceprocuratrice onoraria Elena Bartalini.
I fatti
Una pattuglia del radiomobile del turno notturno passa da via Aurelia nord. I militari vedono un’auto in sosta nella stazione di servizio, vedono che l’automobilista che sta facendo rifornimento si allontana velocemente alla vista dei carabinieri, lasciando aperto il bocchettone. La pattuglia del Norm si insospettisce o comunque si preoccupa e segue l’auto, che si ferma dopo poche decine di metri, in un parcheggio. A bordo ci sono Bennati e un’altra persona, un uomo, entrambi conosciuti dall’Arma per motivi di servizio: un controllo alla banca dati e spunta fuori che Bennati avrebbe dovuto essere ai domiciliari, una misura iniziata nel febbraio scorso. Nell’auto i militari trovano tra l’altro un piede di porco lungo 70 centimetri e un martelletto rompivetro. L’arresto per evasione a quel punto è inevitabile. «Avevo chiesto in precedenza al mio avvocato se fosse stato possibile seguire in qualche modo la mia azienda, che è un punto vendita di bricolage. Perché ho cinquanta dipendenti, perché c’è un affare imminente che deve essere seguito, perché soltanto io ho la patente». Così Bennati aveva cercato di mandare avanti l’azienda, ben sapendo che non tutti i suoi comportamenti sarebbero stati corretti: quella sera era andato al lavoro, come ha detto lui stesso, ne era uscito poco prima del controllo dei carabinieri, avvenuto subito dopo aver fatto salire l’uomo da lui ben conosciuto che gli aveva chiesto un passaggio; poi era andato a mettere il carburante perché si era accorto di essere rimasto a secco. «Ero imbarazzato, non sapevo cosa fare quando ho visto i carabinieri» ha detto Bennati, spiegando in sostanza che si sentiva in difetto e sottolineando al giudice che si era accorto di aver lasciato nell’auto i due attrezzi già oggetto di un precedente controllo, senza aver avuto la possibilità di spostarli.
Il braccialetto
La pm ha chiesto convalida e il ripristino dei domiciliari, questa volta con il braccialetto. Il difensore in questo procedimento penale, l’avvocata Barbara Guazzini, ha provato a opporsi, invocando soprattutto una misura meno afflittiva dei domiciliari, magari («anche se potrebbe sembrare fuori luogo chiedere una sorta di premio») con la concessione di un permesso di un paio di ore al giorno tali da consentire all’imprenditore di poter seguire le vicende della sua azienda. Il giudice Andrea Stramenga si è ritirato in camera di consiglio e ha poi convalidato l’arresto, disposto l’utilizzo del braccialetto per seguire i movimenti dell’uomo. Fra una decina di giorni l’udienza con la definizione del procedimento.
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