Sicurezza
Cade una lastra e spunta un’epigrafe: il parco di Roselle svela una sorpresa
Studiosi al lavoro per esaminare un reperto, rimasto nell’ombra 1600 anni
ROSELLE. Non tutti i crolli sono un disastro e non tutto il male viene per nuocere. Può capitare che un piccolo danno sia fonte di nuove informazioni e che grazie al distacco di un antico ornamento in pietra, dopo giorni di pioggia, emerga un piccolo tesoro risalente agli antenati.
Al parco archeologico di Roselle, pochi giorni fa, si è staccata una lastra in pietra che rivestiva la parete di un tempietto votivo nell’area nord del foro romano. Un disastro? Non proprio.
Crollata a terra dopo le intemperie, la lastra oltreché restare intatta ha rivelato sul lato posteriore (quello che per un tempo immemorabile era stato appoggiato a una parete) un’antica iscrizione rimasta coperta, presumibilmente, per 1600 anni. Vi sono impressi tre nomi, due persone dal nome Lucius, un’altra che si chiamava Titus. Sul pilastro a sinistra dell’abside del tempio, in cima alla meravigliosa collina che sovrasta gli scavi, è ancora ben visibile l’impronta sulla parete: l’epigrafe compressa sulla malta antica ha lasciato il calco alla parete.
Gli studiosi sono al lavoro per capirne di più, fare ipotesi, immaginare cosa fosse. Quel che è certo è che la lastra presenta un’epigrafe, che però fu collocata nel tempietto “a rovescio”, in modo che la scritta fosse contro il muro e non si potesse leggere.
L’ipotesi più probabile è che anticamente quella lastra abbia avuto un suo primo utilizzo altrove, e che poi sia stata staccata dal punto in cui era collocata e spostata nel tempietto. Insomma, fu “riciclata” e collocata nella piccola basilica a mo’ di ornamento. Con la scritta sul retro.
In epoca romana era uso comune reimpiegare materiali, soprattutto se preziosi. Così un pezzo di marmo poteva essere staccato e (se recava iscrizioni) reimpiegato a rovescio, addosso a un muro per coprirne la scritta che non era più attuale. L’epigrafe poteva essere girata verso il muro (e quindi non più visibile) perché magari era diventata anacronistica, o perché le famiglie citate erano estinte o cadute in disgrazia. O più banalmente, si voleva nascondere il fatto che la lastra era già stata usata in passato e ora veniva riciclata.
Adesso la lapide caduta a terra è stata portata via dal tempietto e si trova è nel magazzino del Parco archeologico di Roselle, sotto studio.
Luca Tripaldi, archeologo e addetto all’accoglienza e alla sorveglianza degli scavi di Roselle, ce la mostra. L’iscrizione rivela tre nomi di nostri antenati (o meglio parte di essi). «La T vuol dire Titus, la L Lucius». Ci sono un Titus e due Lucius, seguiti da una parte del nomen.
A una prima visione si presume come spiega il dottor Tripoldi, «con le dovute cautele, che l’iscrizione si possa collocare intorno all’inizio del primo secolo d.c., dunque in età augustea, mentre l’uso di reimpiegare questi materiali è più tardo, risalente al 3° o 4° secolo d.c.». È probabile che la lastra fu collocata nel tempietto «in una fase di ristrutturazione del piccolo edificio», e riutilizzata qua per decorarlo.
Quel che è sicuro è che non tutti i crolli vengono per nuocere e che il Parco archeologico di Roselle, grazie a un piccolo distacco dovuto agli agenti atmosferici e al lunghissimo tempo trascorso, ha svelato un altro piccolo tesoro. E una consuetudine (quella del riciclo) non solo contemporanea, ma già risalente ai nostri avi.
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