Sicurezza
«Diffamarono Antonio Degortes». Condannati a 600 euro di multa
Tribunale. Per i post in calce a un video sulla morte di David Rossi
GROSSETO. «Mi hanno diffamato. E sicuramente si riferivano a me in quei commenti». Antonio Degortes aveva più o meno anche con queste parole rappresentato così la vicenda – l’ennesima per lui – legata al suo blog “Dito nell’occhio”, in riferimento al caso della morte di David Rossi, il capo della comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, precipitato da una finestra nel 2013: lui aveva postato dei video che avevano ricevuto dei commenti, aveva riscontrato delle frasi forti, anche delle offese, così si era rivolto alla Procura, si era aperto il processo, l’imprenditore si era costituito parte civile con l’avvocato Roberto Martini, è adesso arrivata la condanna per due degli imputati.
Seicento euro di multa ciascuno per Raniero Borselli, 62 anni, residente a Follonica e assistito dall’avvocato Franco Ciullini, e Andrea Giovannoni, 72 anni, abitante in provincia di Siena, difeso dall’avvocato Iacopo Meini. La giudice Agnieszka Karpinska li ha ritenuti entrambi colpevoli e ha rinviato al giudice civile la quantificazione del risarcimento del danno in favore dell’imprenditore che ha numerose attività nella nostra provincia. Il primo è stato ritenuto autore di un commento in cui Degortes veniva offeso più volte, con l’invito a vergognarsi e un riferimento ai «poteri forti» che lo avrebbero aiutato ad aprire i propri locali; il secondo è stato individuato come l’autore del commento in cui veniva fatta allusione a un imprenditore che avrebbe partecipato a dei festini. Il tutto sulla scorta di uno o più servizi delle Iene, sulle cui conclusioni Degortes aveva manifestato il proprio dissenso, specialmente a proposito della tesi dell’omicidio.
Anche la viceprocuratrice onoraria Pamela Di Guglielmo aveva chiesto la condanna dei due imputati (per altri imputati il procedimento ha seguito strade diverse). I fatti risalivano al marzo 2019. Degortes aveva spiegato in aula le modalità con le quali aveva appreso dell’esistenza dei post in calce ai video (visualizzati tra le 50mila e le 80mila volte) e che era stato l’unico imprenditore intervistato dalle Iene; e, se fosse stato ancora necessario, aveva ribadito la sua estraneità ai festini, spiegando che all’epoca era anch’egli indagato dalla Procura di Siena e che dunque non potevano essere accampati rapporti conviviali con i magistrati. Aveva anche aggiunto che, proprio per le diffamazioni, era stato indotto a cambiare insegna ai propri negozi, ove possibile. I carabinieri che si erano occupati delle indagini avevano spiegato come erano arrivati all’identificazione certa degli autori dei post, anche se Facebook aveva negato ogni informazione in proposito.
Secondo la giudice, i due commenti si riferivano sicuramente a Degortes, perché nel primo si faceva riferimento a «babbo Aceto», il noto fantino suo padre, e nel secondo l’unico imprenditore individuabile era proprio Antonio. Ma mentre il primo conteneva offese e riferimenti ai poteri forti, tali da integrare il reato contestato, il secondo alludeva a un potenziale coinvolgimento della parte civile in quello che veniva ipotizzato fosse essere stato un omicidio, perché Degortes sarebbe stato al corrente e avrebbe partecipato ai festini e perché i video sarebbero stati strumentali a un insabbiamento. Nessuno di questi riferimenti ha trovato, secondo la giudice, un appiglio: nulla è stato dimostrato. E non è sostenibile la depenalizzazione nel reato di ingiuria.
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