Il Tirreno

Grosseto

Il caso

«Foraggiava i cinghiali»: scoperto con un video, mille euro di ammenda

di Pierluigi Sposato
Una famigliola di cinghiali (foto di archivio)
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Una famigliola di cinghiali (foto di archivio)

Grosseto, dovrà anche risarcire la Lac che mise le telecamere

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GROSSETO. Mille euro di ammenda la pena, più duemila euro a titolo di risarcimento del danno per la Lac, che aveva tra l’altro dato un contributo fattivo alle indagini. Così il giudice Marco Bilisari ha deciso al termine del procedimento penale nei confronti di Settimio Ilari, 73 anni, imputato di aver foraggiato abusivamente i cinghiali, con pane, mais, pomodori e altro cibo sparso sul terreno.

Una vicenda scoperta a metà dell’agosto 2021 e per la quale Ilari sarebbe stato accompagnato da una persona rimasta sconosciuta. Secondo la legge 221 del 2015 (“Disposizioni per il contenimento della diffusione del cinghiale nelle aree protette e vulnerabili”), all’articolo 7, «è vietato il foraggiamento di cinghiali, ad esclusione di quello finalizzato ad attività di controllo», e si applicano le ammende dell’articolo 30 della legge sulla caccia 157 del 1992: e in questo caso, secondo le conclusioni del fascicolo di indagine, non c’era attività di controllo.

Da dove era partita l’inchiesta? Dalle immagini riprese dalle telecamere posizionate nella zona di Batignano dalla Lega abolizione della caccia onlus, in particolare dal suo rappresentante legale Raimondo Silveri: questi, qualche giorno prima, mentre transitava in auto nei pressi di un’area di libero accesso, aveva notato del cibo a terra e un branco di cinghiali che stava mangiando e aveva deciso di installare le apparecchiature. Le immagini successivamente visionate avevano restituito la presenza di due uomini (uno dei quali alla guida di un trattore – non è stato identificato) e dei cinghiali che mangiavano ciò che era stato scaricato. Se la Procura di via Monterosa era arrivata a mettere sotto processo Ilari era perché nelle immagini era comparsa la sua auto, ha ricostruito il giudice nelle motivazioni; e anche perché la polizia giudiziaria, che lo aveva convocato in ufficio, l’aveva riconosciuto come la persona che era visibile nei video. Video utilizzabili, osserva il giudice, perché non vi è alcuna norma che vieti l’acquisizione delle videoriprese effettuate da privati in luoghi pubblici, aperti al pubblico o esposti al pubblico: sono documenti, non prove atipiche.

Dunque mille euro di ammenda, come chiesto dalla viceprocuratrice onoraria Pamela Di Guglielmo, con pena sospesa e non menzione. Inoltre, il reato ha recato pregiudizio all’attività svolta dalla Lac, nota il dottor Bilisari, in considerazione dei presumibili esborsi finanziari sostenuti per l’espletamento dell’attività di tutela e del danno di immagine, tanto più che in questo caso la Lac ha fornito un contributo decisivo per l’accertamento del reato: e dunque i duemila euro, più le spese sostenute per la costituzione di parte civile.




 

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