Il Tirreno

Grosseto

In tribunale

Follonica, aveva reso la moglie una schiava: chiesta la condanna a tre anni

di Pierluigi Sposato
Follonica, aveva reso la moglie una schiava: chiesta la condanna a tre anni

Processo per maltrattamenti, l’uomo era stato querelato nell’agosto 2020

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FOLLONICA. Lui? «Un padre padrone che trattava la moglie come una schiava». Il sostituto procuratore Carmine Nuzzo non ha avuto dubbi: l’uomo, uno straniero di 43 anni, deve essere condannato per maltrattamenti, una pena di tre anni e tre mesi. Questa la richiesta al termine del procedimento che vede imputato l’uomo per una lunga serie di episodi, più di cinque anni tra il 2015 e il 2020. Ai fini del riconoscimento delle responsabilità non importa, secondo l’accusa, che la coppia sia tornata in armonia: per quei fatti l’uomo va ritenuto colpevole. E soprattutto per quell’episodio dell’agosto 2020 quando la donna fu brutalmente picchiata: quel giorno lui era tornato a casa e, poiché non avrebbe ricevuto risposta sugli ordini impartiti in merito alle faccende da svolgere, l’avrebbe prima colpita con uno schiaffo al volto e poi con un calcio al ginocchio, uscendo dall’abitazione senza dare soccorso. La donna aveva riportato ecchimosi al ginocchio e al viso giudicate guaribili in sette giorni e l’accusa era stata integrata anche con l’ipotesi di lesioni.

Esasperata, aveva sporto querela. Esasperata dalle umiliazioni continue, molte delle quali davanti ai figli piccoli. Dichiarazioni del tutto credibili, secondo l’accusa. «Lei è una donna che ha sofferto, che ha detto la verità e che, nonostante i suoi trascorsi, ha dimostrato una grande forza», ha aggiunto il pm. I due, come ha raccontato la donna, si sono sposati in forza di un matrimonio combinato dalle rispettive famiglie. E l’imputato, invece, non può invocare la cosiddetta “scriminante culturale”, in merito alla provenienza o alla religione, perché incompatibile con le regole dell’ordinamento italiano. A carico dell’uomo anche una sentenza di condanna confermata in appello per episodi avvenuti prima del 2015. I due, tra l’altro, condividono anche l’attività lavorativa.

È vero comunque che l’uomo ha cambiato atteggiamento, come ha detto anche la moglie (che non è costituita parte civile) , da quando è iniziato il procedimento penale. È cambiato nei confronti di lei e nei confronti dei figli: ha iniziato a trattarla con rispetto e dignità. E questo, secondo il pm, è un elemento che deve essere considerato nel trattamento sanzionatorio, perché le attenuanti siano riconosciute come equivalenti rispetto alle aggravanti (quello di aver commesso il fatto ai danni del coniuge) . Ma, sempre secondo il dottor Nuzzo, deve essergli revocata la sospensione della condanna a un anno e sei mesi che già aveva goduto del beneficio.

Di tutt’altro parere l’avvocata Melania Renaioli, che difende l’uomo. E che ha messo in evidenza numerose criticità nel racconto della donna. Valorizzando invece le dichiarazioni dell’uomo. E mettendo quindi in dubbio la piena attendibilità di quanto raccontato dalla donna. Oltretutto, le testimonianze emerse nel corso del dibattimento non hanno portato elementi utili: le assistenti sociali e il medico di famiglia hanno detto di non aver mai avuto la percezione che la donna fosse vittima di maltrattamenti e anche per questo motivo il gip all’epoca aveva respinto la richiesta di una misura cautelare. La portata di queste dichiarazioni viene comunque letta in maniera diametralmente opposta da accusa e difesa.

E spetterà adesso al nuovo collegio (Laura Di Girolamo presidente, Andrea Stramenga e Marco Bilisari) valutare le responsabilità dell’imputato. L’udienza è stata infatti aggiornata per consentire di comprendere l’applicabilità del nuovo istituto, entrato in vigore nel corso dell’estate, della cosiddetta “giustizia riparatrice” e le eventuali conseguenze. Le parti torneranno davanti ai giudici fra poche settimane.




 

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