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Si accascia e muore in azienda: addio Roberto, carrozziere di Grosseto. Il figlio: «Un maestro per me»
L’allarme è stato dato da un amico: ha provato a rialzarlo ma il 70enne non dava segni di vita
GROSSETO. Stava dando da mangiare al cane, quando si è accasciato. L’amico lo ha visto crollare a terra e ha chiamato i soccorsi, ma non c’è stato niente da fare. A perdere la vita il 70enne Roberto Marzocchi, carrozziere e fondatore di un’azienda di autosoccorso in città, le cui redini sono passate al figlio Michele da anni. Nella mattina di lunedì 2 ottobre sono stati celebrati i funerali nella chiesa parrocchiale di Santa Lucia; la salma è stata tumulata a Sterpeto, le donazioni sono state devolute alla farfalla.
Marzocchi lascia la moglie Donatella Carraresi, i figli Francesca di 39 anni, Michele di 34 anni, e 4 nipoti: i due figli di Francesca di 17 e 4 anni, e i due figli di Michele di 5 anni e 11 mesi. Roberto era in pensione da tempo. Nel 2010 era stato vittima di una brutale aggressione, quando nel giardino della sua casa-capannone in via Marrucheto, lungo la Castiglionese, fu colpito da uno sconosciuto e riportò fratture al volto, un grosso ematoma alla testa, gravissime lesioni. Uscì dal coma 17 giorni dopo, tornando gradualmente alla vita, ma le ferite fisiche e “interiori” l’hanno segnato tutta la vita. «Dall’aggressione in poi, ha dovuto sempre camminare con le stampelle, e non ha mai superato completamente lo choc», racconta il figlio Michele.
Marzocchi aveva fondato l’autocarrozzeria nel 1984. L’anno dopo vi affiancò l’attività di carroattrezzi e quella di soccorso auto. Nel 2002 chiuse il settore carrozzeria per lasciare aperto il solo soccorso stradale. L’officina si trasformò così in “Pronto Marzocchi” e visse una vita florida, che ne ha fatto per molti anni un pilastro nel settore, grazie a un impegno, un’energia e una disponibilità rari nei confronti dei clienti, qualità ereditate dal figlio. Otto anni dopo Marzocchi subì la brutale aggressione che rappresentò una sorta di cesura nella sua vita. «Dopo essersi rimesso in piedi, gli fu comunque tolta per motivi di salute la patente dei camion e a quel punto nel 2012 andò in pensione. Io rilevai l’attività». Un lavoro che da dieci anni Michele svolge come diretta continuazione del padre, anche se – puntualizza – «quando dovevo prendere le decisioni l’ultima parola era sempre del babbo».
Sabato 30 settembre Michele era al lavoro con il carroattrezzi, quando è successa la tragedia. Erano le 14,45. Roberto – accompagnato da un amico - è andato nella sede amministrativa dell’azienda in via Castiglionese a dare da mangiare al cane, quando ha avuto un malore. L’amico l’ha visto andare in terra, ha provato a rialzarlo ma lui non dava segni di vita, allora ha chiamato l’ambulanza. «Io sono stato contattato da un operatore del 118 che conosco per lavoro, e che mi ha telefonato dicendo che lui si era sentito male. Quando sono arrivato sulla Castiglionese lo stavano caricando in ambulanza: ho seguito le varie fasi del soccorso, mentre lui peggiorava e perdeva conoscenza, fino all’arrivo all’ospedale in cui non c’era più niente da fare».
Michele ricorda il babbo con affetto. «Ho avuto un maestro enorme, tutto quello che so fare me l’ha insegnato lui. Al lavoro voleva bene a tutti e tutti gli volevano bene». Oltre al lavoro aveva anche un’altra passione, lo sport. Aveva creato una squadra di calcio, che portava il nome dell’autocarrozzeria. «Nella sua storia, ci sono stati tanti premi, coppe, sorrisi».
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