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Grosseto, colpì la moglie fino a farla svenire: condannato per maltrattamenti. Le violenze anche davanti al figlio
L’uomo, 39 anni, era spesso ubriaco. È stato condannato a due anni e un mese
GROSSETO. Botte, con frequenza elevatissima. Schiaffi al volto, per lo più. Ma c’era stata una volta in cui lui l’aveva spinta contro un muro e lei era svenuta dopo aver sbattuto la testa. Succedeva quando lui aveva bevuto. E succedeva anche in presenza del figlio, oggi poco più di sette anni di età. Maltrattamenti di cui è stato riconosciuto colpevole un uomo di 39 anni, abitante in un centro collinare della nostra provincia: due anni e un mese, con l’impossibilità di concedere la sostituzione della pena detentiva (lavoro di pubblica utilità, semilibertà sostitutiva o detenzione domiciliare) perché l’uomo non si è mai presentato in aula e non ha mai dato una delega al suo difensore per procedere in tal senso.
È tutto basato sulle dichiarazioni della moglie il giudizio di responsabilità al quale è giunto il collegio del Tribunale (Adolfo Di Zenzo presidente,Laura Previti, Ludovica Monachesi). Dichiarazioni che, seppur portatrici di interessi opposti a quelle dell’imputato (la donna non si è comunque costituita parte civile), risultano ai giudici confortate pienamente dai riscontri oggettivi. «Attendibile» è stata considerata la donna, quando è stata sentita in aula e ha confermato gli episodi del capo di imputazione. Anche quello delle lesioni quei dieci giorni di guarigione certificati dal pronto soccorso per un’aggressione da parte del marito, un calcio alla gamba che la donna aveva inizialmente dichiarato essere attribuibili a una caduta in casa. Un episodio avvenuto nel luglio 2020. All’uomo veniva contestato anche un episodio particolare: lui era stato al lavoro in campagna, in una vigna, era tornato a casa, aveva bevuto, aveva spinto la moglie contro il muro, lei aveva sbattuto la testa ed era svenuta. L’accusa parla anche di lui che aveva svegliato lei nella notte, l’aveva presa per i capelli nel corso di un litigio e le aveva afferrata per un polso, torcendoglielo. Le offese erano all’ordine del giorno. E spesso l’imputato sarebbe andato in giro, in stato di ebbrezza, a tarda notte, portando con sé il figlioletto. Davanti al quale erano avvenuti molti degli episodi contestati. La frequenza, spesso, era di due-tre giorni, sempre in coincidenza con il suo stato di ubriachezza. Per uno degli episodi la donna si era vista costretta a chiedere l’intervento dei carabinieri: il militare arrivato sotto casa aveva visto la donna in strada, in stato di agitazione, dolorante a una gamba e con un polso fasciato; il certificato medico per un ematoma compatibile con un trauma da percosse risale a due giorni dopo, 27 luglio 2020.
Non è episodico il carattere dei comportamenti evidenziati, secondo il collegio, e dunque è configurabile il reato di maltrattamenti, perché quello che è stato accertato è un quadro di azioni tali da causare uno stato persistente di soggezione, paura e disagio psico-fisico, tale da rendere impossibile condizioni di vita normali, al punto che la donna era stata anche costretta a chiedere l’intervento dei carabinieri.
Il giudici hanno ritenuto colpevole il 39enne, concedendogli le attenuanti generiche come prevalenti sulle aggravanti soltanto per mitigare la pena e renderla adeguata alla reale offensività dei fatti.
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