Sicurezza
Grosseto, il marito la maltratta e la violenta. Condannato a cinque anni e mezzo
In tribunale l’uomo si difende: «Non è vero, io l’amo»: ma il giudice non gli crede
GROSSETO. Aveva trovato la forza di denunciare il marito soltanto in un secondo momento. Perché la prima volta che i carabinieri l’avevano ascoltata dopo l’ennesima aggressione lei era apparsa impaurita e in soggezione e aveva annunciato che sarebbe tornata a casa, sperando che non accadesse nulla. E nulla aveva detto nemmeno sugli abusi sessuali che era stata costretta a subire. Si era sfogata il giorno successivo, quando aveva sporto querela, per tutelare se stessa e le figlie. Ma temendo che il marito potesse capire che lei si era rivolta ai carabinieri e che quindi la picchiasse, era tornata ancora una volta in quell’abitazione. Se ne era definitivamente allontanata soltanto alla fine del febbraio 2022, al termine di un nuovo episodio di vessazione: aveva accettato di farsi sistemare in una casa protetta.
Storia complessa, e dai caratteri purtroppo fin troppo consueti nei fascicoli giudiziari per maltrattamenti, quella che ha portato alla condanna di un 48enne straniero abitante in un centro del Monte Amiata a cinque anni e mezzo, più il risarcimento della moglie costituita parte civile con 20mila euro.
Episodi avvenuti tra il 2019 e il 2022 anche di fronte alle figlie della coppia. Quelle stesse figlie che lui avrebbe minacciato di riportare nel proprio Paese di origine nelle tante manifestazioni di violenza di cui si sarebbe reso protagonista. Lui, arrestato, non è stato ritenuto credibile dai giudici del collegio (Adolfo Di Zenzo presidente, Laura Previti, Ludovica Monachesi) quando aveva deciso di parlare in aula per rendere alcune dichiarazioni spontanee: «Non è vero ciò di cui sono accusato, io sono innamorato di mia moglie, non ho mai fatto male a lei e alle nostre figlie». Perché, secondo i giudici «non è emerso alcun motivo di dubitare dell’attendibilità e della credibilità della persona offesa», cioè della moglie «mai incorsa in contraddizioni».
E proprio il fatto che la donna si sia decisa solo in un secondo momento a denunciare il marito è testimonianza della genuinità delle sue dichiarazioni. Del resto riscontrate dalle parole di un’amica, da quelle del personale della scuola, dalle relazioni dei servizi sociali, dai verbali di pronto soccorso, dalle annotazioni dei carabinieri e dalle parole delle figlie. Le quali, adolescenti, vengono ritenute dai giudici pienamente credibili; e a nulla valgono, a loro giudizio, le doglianze difensive in merito alla proprietà di linguaggio - singolare per precisione per due ragazzine che da poco tempo si erano trasferite in Italia - con la quale si erano espresse quando erano state sentite.
Sicuramente vi era stato «per anni un contesto familiare caratterizzato da condotte denigratorie, vessatorie, violenze verbali e fisiche, oltre che sessuali». La donna sarebbe stata costretta a consegnare il denaro che percepiva per il proprio lavoro, dietro minacce di morte oppure di riportare le figlie in patria, tra l’altro anche impossessandosi dei passaporti. Almeno una volta alla settimana l’imputato avrebbe preteso rapporti sessuali contro la volontà della donna, anche in questo caso sotto le medesime minacce. Alla fine del febbraio 2022 la donna, che si era rifiutata di sottostare all’ennesimo rapporto, era stata immobilizzata sul letto: era riuscita a scappare dall’abitazione, chiedendo aiuto in strada alla prima persona che era passata e che si era poi offerta di accompagnarla al pronto soccorso.
La pena non è stata sospesa: i giudici ritengono che l’uomo potrebbe di nuovo compiere ulteriori reati proprio perché c’è un pericolo di reiterazione. Adesso che le motivazioni sono state depositate, i difensori Elena Pellegrini e Franziska Brigitte Goller potranno presentare appello. La donna era assistita dall’avvocata Stefania Vichi.
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