Il dolore
Nasconde di aver già riscosso per una pratica, avvocata condannata per truffa: dovrà anche risarcire il cliente
Il caso a Santa Fiora. «Prova regina» per la vittima è stata ritenuta una conversazione registrata
SANTA FIORA. Una pratica di risarcimento dopo un incidente stradale, un investimento; un onorario corrisposto anche dal cliente; un danno patrimoniale di rilevante entità, con l’assicurato che ha raccontato anche di essere stato costretto a chiudere il ristorante che gestiva, attività già provata dalla pandemia, e a reimpiegarsi come operaio; una conversazione registrata.
Sono gli elementi salienti del processo per truffa concluso con una condanna a otto mesi e 120 euro (pena sospesa e non menzione): imputata un’avvocata originaria di Santa Fiora ma con studio a Roma, Caterina Bindocci. Dovrà anche risarcire con 20mila euro l’imprenditore Cristian Savarese, costituito parte civile con l’avvocato Luca Montemaggi. Adesso che le motivazioni sono state depositate, l’imputata assistita dall’avvocato Graziano Sarpa potrà presentare ricorso contro la sentenza.
I fatti contestati dall’accusa risalivano al periodo compreso tra il luglio 2018 (l’incidente a Santa Fiora) e il settembre 2019 (la quietanza per l’accordo stragiudiziale da 100mila euro). Secondo l’imputazione, l’avvocata Bindocci avrebbe nascosto a Savarese di aver già riscosso 13mila euro per il lavoro effettuato in questa pratica e di aver falsamente riferito che la cifra da corrispondere al consulente medico era di 5mila euro anziché dei 300 reali. In tutto, un ingiusto profitto da 14.700 euro.
Il giudice Marco Bilisari ha respinto l’eccezione di improcedibilità per tardività della querela e si è convinto della responsabilità dell’imputata, dopo aver esaminato le divergenze tra le modalità di percezione del compenso. La parte civile ha sostenuto che il legale avrebbe beneficiato, contrariamente agli accordi, di un doppio compenso, sia il proprio, sia quello della compagnia, con quote versate progressivamente dal novembre 2019 al giugno 2020, talvolta nello studio di lei, talvolta nel proprio ristorante, davanti a testimoni, preannunciando il proprio arrivo; che, avuto qualche dubbio, aveva chiesto spiegazioni alla compagnia, che gli aveva riferito di aver già liquidato il legale; e che aveva appreso che il compenso per il medico era di soli 300 euro, cifra che all’aprile 2021 il professionista non aveva ancora percepito. Il ristoratore era poi andato dalla guardia di finanza a denunciare i fatti: le fiamme gialle avevano aperto un fascicolo nei suoi confronti per il trasferimento di denaro oltre soglia di legge. L’avvocata ha negato ogni addebito, sostenendo di aver percepito un unico compenso, quello dell’assicurazione.
Il giudice ritiene Savarese credibile, anche perché di fatto si era autodenunciato sapendo di andare a esporsi a conseguenze (il pagamento di un’ingiunzione). «La prova regina è tuttavia rappresentata dal colloquio tra la compagna di Savarese e l’avvocata Bindocci, registrato nel suo studio, nell’ottobre 2020», nota ancora il dottor Bilisari. La compagna era andata a chiedere spiegazioni. In quel colloquio, cresciuto nei toni, «di fronte alle contestazioni che le vengono mosse, è palpabile il tentativo dell’imputata di non sbilanciarsi, di non prendere posizione, limitandosi a ripetere “sono a posto con la mia coscienza”». Secondo il giudice, «una persona in buona fede avrebbe invece reagito, stimolando un confronto leale».
Tutto ciò comprova la responsabilità dell’imputata. E quelle cifre non possono essere considerate un ”nero”, perché l’avvocata ha decisamente escluso di aver ricevuto denaro da Savarese. Il giudice ha comunque escluso un’ulteriore circostanza di accusa, quella di aver falsamente rappresentato l’eventualità di un concorso di colpa, perché il liquidatore ha spiegato che questa fu presa in considerazione durante la trattativa e aveva influito sulla determinazione del danno.
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