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Grosseto, si rompe il femore e le servono gli ausili per le cure: l’Asl risponde dopo un mese

Grosseto, si rompe il femore e le servono gli ausili per le cure: l’Asl risponde dopo un mese

Disservizio per una 68enne scansanese. Asl replica: «Colpa della ditta»

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GROSSETO. Il 25 maggio Paola Baldelli, 68enne residente a Scansano, cade e si fa male. Viene soccorsa e portata al Misericordia, dove viene sottoposta a ulteriori esami che certificano la rottura del femore. Grazie al buon lavoro del personale del reparto di ortopedia viene dimessa due giorni dopo (il 27 maggio), senza la necessità di sottoporsi a un intervento chirurgico perché la natura della frattura permette la guarigione con la permanenza a letto per 30 giorni; ringrazia infermieri e medici e torna a casa.

All’uscita le viene regolarmente consegnato il documento con il quale richiedere gli ausili sanitari necessari per il percorso di convalescenza, fra i quali carrozzina e stampelle, ma soprattutto un letto con la spalliera alzabile e un materasso antidecubito. Il giorno dopo, tramite il marito, si attiva per ottenere gli strumenti. E qui inizia il suo calvario.

«Mio marito si reca all’ufficio competente dell’ospedale, dove un pochi anni fa era già andato per un episodio analogo occorso a una parente anziana. All’ufficio, però, gli viene spiegato che il servizio di erogazione degli ausili non viene più svolto internamente dal Misericordia ma è affidato a una ditta privata con sede nel Fiorentino», racconta la donna. L’uomo, quindi, telefona alla ditta ma non approda a niente.

Baldelli non resta con le mani in mano e sollecita sia Asl che la ditta. Nel frattempo il paese si mobilita e le rimedia carrozzina e stampelle. Lei riprende a muoversi, ma le sue condizioni di partenza – senza il materasso antidecubito – non sono quelle ottimali. Fatto sta che, in modo lento ma progressivo, riacquista mobilità.

Mercoledì 21 giugno, quasi un mese dopo la caduta, squilla il telefono. È la ditta. «Ci dicono che “si muoveranno a giorni”», racconta ancora Baldelli, esterrefatta. La donna spiega che, ormai, si è arrangiata; e disdice l’invio degli ausili. In compenso, mercoledì scorso prende carta e penna e scrive a Cittadinanzattiva, al Tribunale per i diritti del malato e all’Ufficio relazioni con il pubblico di Asl chiedendo la reinternalizzazione del servizio. Ma non passano due giorni che la ditta richiama: «Ci dicono di aver ricevuto un sollecito da Asl e che stanno arrivando», racconta sempre la donna, questa volta incredula.

«Purtroppo ho vissuto anche sulla mia pelle la progressiva distruzione che sta subendo il Servizio sanitario pubblico», si sfoga Baldelli, che parte da una domanda per arrivare a una considerazione: «Che fine ha fatto il diritto alla salute? Progressivamente, quello che prima era un diritto, è diventato per larga parte una merce, che chi può compra sul “libero” mercato e chi non può si arrangia con quel che resta del servizio pubblico, o rinuncia alle cure».

Abbiamo contattato Asl per una replica, e l’azienda «comprende il disagio della signora, sebbene i motivi non dipendano dai propri uffici competenti. Da una verifica interna – aggiunge ancora Asl – è emerso, infatti, che la ditta incaricata di consegnare a domicilio gli ausili non ha rispettato i tempi previsti. Pertanto l’azienda – conclude – sta valutando di applicare la penale prevista in questi casi dal contratto con la ditta».


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