Sicurezza
L’urlo delle sirene per Luca commosso addio in Duomo
La moglie Monica: «Conoscerti è stata l’esperienza più bella della mia vita». Le parole del collega Marco: «Sorridevi anche nei momenti più difficili»
GROSSETO. «Conoscerti e viverti è stata l’esperienza più bella della mia vita». Monica Lenzi, la moglie di Luca Ovi, il 46enne agente della polizia municipale, morto a causa di una malattia rara che se l’è portato via nel giro di due mesi, ha fatto scendere calde lacrime sul volto degli intervenuti alla messa funebre che è stata celebrata ieri pomeriggio nel Duomo. La città si è fermata per un’ora per salutare per l’ultima volta un uomo che ha lasciato il segno nella sua carriera lavorativa al Parco della Maremma, in Procura al comando provinciale. Nella Cattedrale si sono dati appuntamento i colleghi di lavoro, i rappresentanti delle forze dell’ordine, gli amici, i parenti, che si sono stretti intorno alla moglie Monica, al figlio Gian Marco, ai genitori.
Sulle panche del Duomo si sono sistemati il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna, con il vice Bruno Ceccherini e il presidente del consiglio comunale Fausto Turbanti, assessori, consiglieri, ma anche semplici cittadini rimasti colpiti dalla scomparsa prematura di quest’uomo così pieno di vita.
Un prolungato suono di sirene ha accompagnato il feretro dal Comune in chiesa per la funzione religiosa, al termine della quale, dopo la benedizione, ci sono stati tre interventi, della consorte, del figlio Gian Marco e di Marco Rubegni, una delle persone che gli sono state vicine in questi mesi terribili. «Sono stata sorpresa favorevolmente dall’enorme manifestazione d’affetto e solidarietà, ma questo è quello che hai creato – ha detto la moglie – Riesci a fare del bene da là, dove sei adesso. È la tua caratteristica: offrire aiuto a chiunque te lo chiedeva. Per le cose importanti, che stanno a cuore ai tuoi tanti amici, ma anche per quelle piccole, forse banali, per le quali altre persone non alzerebbero neppure il telefono. Buono, generoso, altruista, leale, affidabile, presente, disponibile sempre oltremodo, intelligente: sono solo i primi aggettivi che mi sovvengono pensando a te. Eri solito dare, senza pretendere niente in cambio. Insieme abbiamo combattuto tante battaglie. Dicevi: “Ce la faremo anche stavolta, perché siamo insieme io e te”. Trovavo sempre la soluzione a tutto, ma questa volta non ce l’ho».
Monica, con tante pause, ha ricordato «i primi momenti spensierati di Gian Marco, aspettavamo entrambi con ansia le 15 per poterlo andare a prendere e proseguire il pomeriggio rimanendo insieme, per andare a creare avventure con Gian Marco che in adorava vestirsi da Indiana Jones». Negli ultimi giorni, Luca aveva perso l’uso della parola, ma si è affidato, alla scrittura. «Era restio a pubblicare fatti personali su Facebook, ma stavolta ha voluto far sapere “Io sto andando, tutti i miei amici pensino alla mia famiglia”.
Un lungo e commosso applauso ha anche accompagnato il ricordo di Marco Rubegni, un collega di lavoro, un amico da vent’anni. «Viveva la vita al massimo, o tutto o niente – ha detto Marco – Un giorno, dopo la diagnosi, mi ha detto, “Ma secondo te poteva venirmi una cosa normale?”. Lo ricordo sempre con il sorriso anche nei momenti più difficili e ancora starà sorridendo. Mi piace immaginarti con i tuoi atteggiamenti, con quelle espressioni che rendevano più leggera una giornata pesante. Se chiudo gli occhi ti rivedo su una spiaggia, durante gli estenuanti allenamenti del cross-fit, davanti a un gin tonic a bordo piscina, con la capacità che avevi di rendere ancora più bello quello che avevamo. Grazie amico mio, grazie per averci dato tutto questo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
