Il Tirreno

Grosseto

L’intervista

La Resistenza delle donne in Maremma: la storia delle contadine che hanno fatto l’Italia

di Donatella Borghesi
La Resistenza delle donne in Maremma: la storia delle contadine che hanno fatto l’Italia

Luciana Rocchi, figura di spicco della cultura grossetana, che ha portato avanti un lungo lavoro di ricerca delle donne che avevano partecipato alla Liberazione

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GROSSETO. “Il tempo breve delle donne nella Resistenza maremmana”: è il tema della conversazione con la storica Luciana Rocchi .

«Non posso dimenticare l’incontro con Wanda Parracciani, l’ex partigiana di Santa Fiora diventata protagonista delle lotte per la terra, guidando l’occupazione delle terre dei Torlonia e difendendo i diritti delle mezzadre, che fino ad allora erano considerate solo le mogli dei mezzadri…».

È uno dei tanti ricordi della storica Luciana Rocchi, figura di spicco della cultura grossetana, che ha portato avanti un lungo lavoro di ricerca – paese per paese – delle donne che avevano partecipato alla Resistenza nel territorio maremmano. Perché il pur breve periodo della Resistenza nei territori sotto la linea gotica – Grosseto fu liberata il 15 giugno 1944, nove mesi dopo l’8 settembre – vide la partecipazione anche di molte donne.

Rocchi, cosa aveva trasformato delle contadine in combattenti?

«Avevano visto la violenza nazifascista, e la sofferenza degli uomini che combattevano. Nelle campagne e nei piccoli nuclei urbani divennero protagoniste di un sostegno essenziale per le formazioni partigiane. Fare le staffette di collegamento, nascondere ebrei, portare volantini, nutrire i partigiani… Fino a vivere alla macchia, come fece Virginia Cerquetti nella banda comandata dal marito, Sante Arancio. Nella famiglia contadina era però molto forte la subalternità delle donne, ed era altissimo il peso del loro isolamento. Così, più che di un potente effetto dell’antifascismo di lunga data, come fu per molti grossetani che si arruolarono nelle bande o sostennero comunque i partigiani, diventare “resistenti” per le donne fu effetto di nuove scelte coraggiose. In molti casi furono sollecitate dagli uomini, ma dettero anche prova di autonomia. E per molte fu soprattutto una scelta di disobbedienza. Come per la giovane Norma Parenti, medaglia d’oro al valor militare: all’inizio segue il marito, ma poi disobbedisce agli ordini come una nuova Antigone, e decide di seppellire un partigiano ucciso, scelta che le costa la vita».

Le donne nella Resistenza sono state a lungo dimenticate dalla storiografia ufficiale, nascoste dietro le quinte, dentro un ruolo ancillare, subalterno. E poi “scoperte” quando si è imposta dagli anni Sessanta una nuova generazione di storiche. Che ruolo hanno avuto le ricercatrici donne?

«Un ruolo decisivo. Perché hanno saputo porre le domande giuste a queste combattenti che non avevano potuto raccontare la loro storia, spiegare la differenza, la particolarità della loro scelta. La prima a cambiare i canoni della ricerca fu Franca Pieroni Bortolotti, che sottolineò l’importanza delle fonti orali per la narrazione storica, una svolta epocale per la storiografia accolta anche dagli uomini. Seguendo l’onda degli anni Settanta, Anna Bravo ha seguito il filo interpretativo della resistenza civile e della cura, concetto caro al femminismo; mentre Annarita Buttafuoco, tra le fondatrici della Società italiana delle storiche, ha collegato il ruolo delle donne nella Resistenza alla ricerca delle “madri”, alla ricostruzione di una genealogia femminile. La moltiplicazione delle storie delle singole vite ha avuto una forte carica innovativa nella cultura del nostro paese».

Cosa è stato di queste protagoniste della Liberazione nel dopoguerra?

«Poche donne ricevettero la qualifica di “partigiana”, anche perché per lo più non pensarono a chiederla. Per alcune si chiusero subito, anche per loro scelta, le opportunità di “apparire in pubblico”, per lasciare – come dettava il senso comune diffuso – che fossero gli uomini a fare politica o a impegnarsi civilmente. Per altre questi spazi si chiusero dopo alcuni anni di politica attiva nelle amministrazioni locali o in partiti e sindacati. Oggi si può parlare delle donne nella Resistenza con un atteggiamento e un’apertura diversi, perché sul nostro sguardo incidono gli attuali eccezionali mutamenti conquistati negli spazi di vita e cultura delle donne».

*Giornalista e scrittrice

La relatrice

Luciana Rocchi, docente di storia e filosofia, dal 1993 al 2016 è stata Direttrice dell’Isgrec, l’Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea. Le sue ricerche sulle donne nella Resistenza in Maremma compaiono in: Voci, silenzi, immagini, Memoria e storie di donne grossetane (1940-1980), Carocci editore, di Luciana Rocchi e Stefania Ulivieri; Antifascismo, guerra e Resistenze in Maremma, Effigi editore, di Stefano Campagna e Adolfo Turbanti.  

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