Sicurezza
Denuncia il marito e va via di casa. Poi torna con lui: «È cambiato»
Follonica: il pm chiede tre anni per maltrattamenti, sentenza rinviata
FOLLONICA. La trattava come una schiava, secondo quanto ricostruito in aula dall’accusa. Una serie di episodi dal 2015 al 2020, culminati nell’agosto di quell’anno quando la donna esasperata era andata dai carabinieri dopo essere stata medicata in ospedale (sette giorni). E per lui, uno straniero quarantenne, il sostituto procuratore Carmine Nuzzo ha chiesto tre anni e tre mesi per maltrattamenti anche in presenza dei figli minorenni, con la revoca della precedente sospensione condizionale: perché lui era stato già giudicato per fatti analoghi precedenti, periodo 2007-2013 (un anno e sei mesi).
Ma il collegio del Tribunale non ha ancora deciso sulla sua sorte: accogliendo l’istanza del difensore Melania Renaioli, l’udienza è stata rinviata a ottobre, quando sarà già entrata in vigore (fine giugno) la nuova normativa sulla cosiddetta “giustizia riparatrice”, una norma non conosciuta nei dettagli ma che nello spirito appare al presidente Adolfo Di Zenzo (con lui Laura Previti e Ludovica Monachesi) adeguata alla vicenda oggetto del procedimento, prevedendo anche un percorso che – se seguito – può portare alla riduzione della pena.
Strana storia, ma ce ne sono a decine così in Tribunale, quella che vede la donna riprendersi in casa il marito nonostante tutto ciò che aveva denunciato (percosse, offese e altro ancora) , un complesso di situazioni che addirittura aveva portato la donna ad allontanarsi da quell’abitazione per andare in una struttura protetta.
«Lei, sentita in aula, è stata alquanto contraddittoria – ha detto l’avvocata Renaioli – Non ha detto le stesse cose dichiarate quando venne sentita in fase di indagine, dalle assistenti sociali. Prima ha negato, poi ha ammesso che i fatti erano avvenuti solo fino al 2020. La donna che andava a casa loro per dare una mano ha detto di non aver mai assistito ad alcun litigio. Il medico da cui la donna andava due volte al mese non ha mai visto segni di percosse. L’amica non solo ha negato che lei fosse una schiava ma anche aggiunto che lei si vestiva bene, comprava abiti, usciva per andare a prendere il caffè quando voleva, addirittura il marito aveva dato il suo consenso per un intervento di chirurgia estetica. E mai le violenze erano avvenute di fronte ai figli». E aveva chiesto l’assoluzione, quantomeno in forma dubitativa, ricordando che all’epoca il gip aveva negato l’arresto.
Da parte sua, il pm ha ricordato che le sofferenze non sempre sono visibili all’esterno; che il dibattimento ha dimostrato che lei è una persona forte e pienamente attendibile e che il fatto che non si sia costituita parte civile indica che non c’è animosità: «Ma la riconciliazione non esclude che l’imputato non abbia commesso ciò che gli viene contestato». Lei ha detto che lui è cambiato, è questo mutato atteggiamento va a favore dell’imputato a cui possono essere concesse le attenuanti generiche per il mutato atteggiamento di lui che si prende maggior cura dei figli, ma anche confermato le informazioni date in indagine. «Nessuna rilevanza poi può essere data alla scriminante culturale, cioè quando vengono invocate facoltà che sono riconosciute nello Stato di provenienza»: non è questo il caso, anzi la scriminante non esiste in alcun caso.
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