Lutto
«Se cadevi a terra ti sparavano»: Imolo e quel lager mai dimenticato
Deportato in Germania, sopravvissuto a Ribolla: la storia simbolo del “reduce” coraggioso
Il reduce, così tutti lo conoscevano a Roccastrada. Il reduce per essere sopravvissuto ai campi di lavoro nazisti, sfuggito alla morte nella strage di Ribolla dove nel 1954 persero la vita 43 minatori per un’esplosione di gas. Imolo Martini, di Roccastrada, minatore alla miniera di Ribolla ci ha lasciati nel febbraio del 2017 ma la sua esperienza di vita, che nel tempo si è fatta leggenda, è ancora viva.
Imolo Martini, così lo racconta il nipote Andrea Biondi, attuale sindaco di Gavorrano, non voleva ricordare le sue esperienze, le teneva con sé, custodite al pari di un segreto. Queste si sprigionavano in lui la notte quando spesso veniva assalito dai tormenti, incubi spaventosi e minacciosi che lo privavano del riposo gettandolo nell’angoscia.
È alla stazione di Cuneo, dove il Martini svolge il militare, che una mattina mentre è in attesa del treno la stazione d’improvviso viene presa d’assalto dai tedeschi che bloccano tutti i militari presenti per farli salire su un treno. In tutti scende il panico e il tormento per non sapere cosa accadrà.
Un vagone blindato, ricordava Imolo, solo in alto aveva delle piccole aperture per l’aria e la luce, impossibile ogni azione di fuga. Dopo qualche ora di viaggio il fetore risultava insopportabile. L’uno accanto all’altro, come appoggiati, impossibile stendersi. Il fumo che si sprigionava dalla locomotiva filtrando dalle aperture del vagone formava un’aria irrespirabile dalla quale ognuno si difendeva con colpi di tosse violenta.
Il treno proseguiva lento, nessuno sapeva la sua destinazione, con le ore e i giorni di viaggio la sete e la fame diventavano i tormenti maggiori, un odore ripugnante di urina e escrementi facevano sì che i più, dopo lunghi spasmi di nausea, si abbandonassero a miseri vomiti rendendo l’ambiente ancora più maleodorante e invivibile. Come il treno si fermò, e aperte le porte per svuotare il vagone, Imolo scoprirà dove era stato condotto. «Una babele attorno a me, la confusione delle lingue mi fece capire di essere stato deportato, come prigioniero, in Germania», era il suo ricordo. Si formò una colonna di uomini, che dietro ordini urlati in tedesco fu avviata verso il campo di lavoro. Imolo fu assegnato al campo di lavoro che si trovava fra Lipsia e Dresda, dove si producevano pezzi di ricambio per auto. Lui e i suoi compagni di sventura furono accolti al campo con l’avvertimento che da lì non c’era via di fuga, dal campo si usciva solo attraverso la canna fumaria del camino del forno crematorio.
L’alloggiamento era in baracche per prigionieri di guerra, sovraffollate e luride. Ogni prigioniero veniva assegnato a una fabbrica oppure a una compagnia di lavoro, e gli veniva consegnato un tesserino di riconoscimento. La mattina molto presto veniva data la sveglia, calci e pugni da parte degli aguzzini si sprecavano sulle spalle dei fisici già indeboliti dei detenuti che si attardavano.
Gli orari di lavoro erano di quattordici ore. Coloro che fuggivano venivano immediatamente ripresi e bastonati se non addirittura uccisi.
Proibito parlare durante il lavoro, proibito assentarsi anche per i propri bisogni, per questi vi erano della pause stabilite, fuori da queste dovevi sopportare di liberarli addosso, proibito chiedere informazioni, fare domande, rifiutare un comando, impedito ogni soccorso verso gli altri detenuti che stremati dalla fatica cadevano a terra.
Una volta Imolo ci provò a dare soccorso, rialzando da terra un deportato ma con una pedata, di una violenza incredibile, tiratagli da una guardia, fu allontanato oltre tre metri. Il pranzo, una breve pausa, consisteva in una brodaglia di verdure unta sino all’inverosimile, servita in una lorda tazza nella quale inzuppavi del pane nero. La fame rappresentava per tutti un tormento.
Come bestie Imolo e i suoi compagni di rovina venivano trattati, spogliati di ogni cosa ma soprattutto privati della dignità di uomini.
«Nei campi mi ridussi a pesare 55 chili», rammentava Imolo in una delle poche volte che si concedeva al ricordo, «la vita era dura, quando ti dicevano di andare dovevi farlo, e se cadevi per terra dallo sfinimento... ti sparavano. E nonostante i decenni passati, dimenticare è impossibile. Io a volte passo le nottate in bianco anche ora».
Quando dopo circa un anno e mezzo Imolo, liberato dai russi, fece ritorno a Roccastrada i suoi compaesani non lo riconobbero. Lui robusto nel fisico, dall’ironia tagliente. La prigionia lo aveva stroncato nel suo vigore giovanile, provato nella sua umanità; e solo il tempo e la vicinanza dei familiari e degli amici, oltre alla sua militanza nel partito comunista e nella Cgil, riusciranno a risarcire le sue ferite.
La storia di Imolo, al pari di quelle che come lui hanno vissuto la stessa esperienza, è ancora oggi una memoria viva e palpitante che per nessuna ragione va smarrita. È la storia del nostro passato, il più cupo, ignominioso e difficile da cancellare.
È il racconto del suo coraggio che ha permesso il nostro presente, che ci narra di uomini che con la loro forza di resistenza, la volontà di non piegarsi ci hanno cresciuti, educati e forgiati.
Una storia che parla alle nuove generazioni indicando valori della libertà e della dignità, una memoria che deve essere riposta nelle nostre coscienze così da non poter evaporare.l
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