Il Tirreno

Grosseto

Quella rete che mette al sicuro le vittime di abusi e violenze

di Massimiliano Frascino

	Vittoria Doretti con parte dello staff del Codice Rosa davanti al Misericordia, dove tutto è cominciato
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Vittoria Doretti con parte dello staff del Codice Rosa davanti al Misericordia, dove tutto è cominciato

Vittoria Doretti confermata alla guida del “Codice rosa”

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GROSSETO. Buone nuove per chi si trovasse a dover subire varie forme di violenza o i cosiddetti crimini d’odio. Perché Vittoria Doretti continuerà a guidare la Rete regionale toscana “codice rosa” per gli interventi a favore di persone adulte e minori vittime di violenze e/o abusi. Un modello organizzativo diffuso capillarmente in tutto il territorio regionale – dai pronto soccorso ai consultori, dagli ambulatori alle farmacie, dalle Procure della Repubblica ai presidi delle forze dell’ordine – che consente di far emergere episodi di violenza e vessazioni, accogliendo le vittime e consentendo loro di mettersi al sicuro per prevenire il ripetersi di esperienze traumatiche o epiloghi ancora più tragici. La conferma dell’incarico è arrivata il 4 gennaio con decreto della direzione regionale sanità, welfare e coesione sociale. Di fatto il riconoscimento per il buon lavoro svolto a partire dal 2015, quando la rete del “codice rosa” venne costituita dopo 5 anni di sperimentazione di un progetto nato e cresciuto in seno all’ospedale di Grosseto, allora di competenza della Asl 9.

Doretti, una bella soddisfazione.

«Grandissima, perché più di ogni altra cosa è il riconoscimento a un lavoro di gruppo fatto negli anni con grande tenacia da moltissime persone in tanti ruoli diversi. Che non hanno avuto la visibilità che ho avuto io, ma che hanno avuto tutte un ruolo determinante nel costruire una rete di pronto intervento che ha consentito di gettare un’ancora di salvezza a migliaia di donne e soggetti fragili vittime di violenze inaccettabile. A tutti loro va la mia personale gratitudine per questo importante obiettivo che abbiamo raggiunto. A distanza di tanti anni, per ringraziarli tutti, vorrei ricordare i procuratori Giuseppe Coniglio e Maria Navarro e la presidente del centro antiviolenza Gabriella Lepri, che si impegnarono per estendere la rete oltre i confini dell’esperienza maturata in seno alla allora Asl 9».

Spesso al codice rosa è associato il colore che richiama il mondo femminile, ma non è proprio così. Giusto?

«Esatto. Il colore rosa è una semplificazione dovuta al fatto che le donne oggetto di violenza domestica o sessuale sono state i primi soggetti ai quali ci siamo rivolti come servizio interno al pronto soccorso. Ma in verità il riferimento è al fiore della rosa, nella fattispecie la rosa bianca. Un simbolo che ha tanti significati, a partire dall’associazione con la Madonna o con il significato della purezza e della forza d’animo. La rosa bianca era anche il simbolo di un’organizzazione studentesca che si oppose al nazismo, i cui membri furono decapitati. Ma viene anche associato ad Anna Bolena, la regina d’Inghilterra che a metà del 500 fu fatta decapitare da Enrico VIII. Questo simbolo della rosa bianca è stato scelto su proposta di un gruppo di studenti».

A 14 anni dall’esordio di questa esperienza, quali sono le sue valutazioni?

«Che l’ampliamento della rete dei soggetti in grado di intercettare gli episodi di violenza sui soggetti fragili è cruciale per rendere più efficaci gli interventi, interrompendo la catena delle violenze e prevenendo i casi in cui queste sfociano in tragedie. I protocolli di intervento messi a punto in tanti anni di lavoro ci consentono oggi di riconoscere le diverse forme di violenza fisica e psicologica nelle quali possono incorrere le donne, ma anche gli anziani, gli adolescenti, le persone disabili, quelle con disturbi psichiatrici e una vasta gamma di soggetti fragili più esposti alle possibili vessazioni».

Cosa sono le “stanze rosa”?

«Si trovano in ogni pronto soccorso dei nostri ospedali in Toscana e sono luoghi fisici appartati e che garantiscono la riservatezza. Ma soprattutto sono il terminale di una serie di competenze che si mobilitano nel momento in cui viene individuata una situazione critica. Accogliendo e rassicurando le persone oggetto di violenza di solito restie ad aprirsi e raccontare quel che gli è successo, per offrire loro un sostegno e garantire una prospettiva di uscita dal tunnel. Questi presidi, però, sono solo la parte più visibile del sistema, che si compone di molti altri tasselli, a partire dai centri antiviolenza, alle procure, fino alle farmacie, le forze dell’ordine, le scuole o la rete degli avvocati».

Negli anni si è ampliato il concetto di violenza

«Sì. Quando abbiamo iniziato la priorità era far emergere nei pronto soccorso gli episodi di violenza sessuale e domestica che colpivano le donne. Ma ci siamo presto resi conto che i soggetti destinatari di violenze erano una gamma molto più ampia di persone fragili, per cui progressivamente ci siamo occupati di violenza psicologica, fenomeni di bullismo e stalking, alcolismo, vessazioni a cui venivano sottoposte le persone anziane, quelle con disabilità, oppure gli stranieri, specie extracomunitari. Siamo diventati una rete di antenne sociosanitarie in grado di rilevare una vasta gamma di fenomeni di discriminazione e di violenze, anticipando di fatto quelli che oggi vengono conosciuti come reati d’odio. Stare sul campo ci ha insegnato che le evoluzioni della società portano con sé anche quelle delle forme di violenza e prevaricazione sui più indifesi».

Oggi la Toscana è la regione guida per questo tipo di interventi, quali sono i risultati più recenti?

«Ricordo che quando cominciammo a Grosseto nel 2010, nei nostri pronto soccorso registrammo 300 episodi di violenza. L’anno successivo 500. E l’avere per la prima volta a disposizione statistiche ha contribuito a far aprire a molti gli occhi su una realtà sconosciuta che avevano davanti a loro. Oggi, con protocolli rodati, in Toscana abbiamo statistiche puntuali che consentono interventi mirati più efficaci. Nel 2021 in regione sono stati attivati 1.918 “codici rosa”: 1743 relativi a maltrattamenti su adulti (1.544) e minori (199), 169 per abusi, 6 per stalking. Grazie alla collaborazione con i diversi livelli governativi abbiamo elaborato linee guida nazionali per estendere queste buone pratiche in ogni regione italiana, a partire dai pronto soccorso, ma con l’obiettivo di estendere sempre di più la rete. La chiave del successo del “codice rosa”, a prescindere da quale sia il punto di accesso, è conquistare la fiducia da parte delle vittime di violenza e discriminazione nel sistema istituzionale. Dimostrando loro che non solo è in grado di individuarle in quanto vittime, ma di offrirgli un’assistenza adeguata e una via d’uscita percorribile».

Che obiettivi si è data nel suo ruolo regionale e nazionale per il 2023?

«L’osservatorio nazionale sul codice rosa ha certificato che solo 12 Regioni hanno fornito un riscontro rispetto all’applicazione delle linee guida. Intanto, bisogna quindi omogeneizzare le risposte su tutto il territorio nazionale, e avere dati statistici completi in modo da analizzare i vari fenomeni per poter intervenire con accuratezza. In parallelo dobbiamo continuare a estendere la rete, puntando molto sulla formazione che coinvolga scuole, agenzie sociali e reti professionali». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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