Il dolore
Oliveti intensivi e super intensivi: «Rischi molto seri per l’Evo Igt»
Magliano in Toscana: dall’azienda Poggiolella le preoccupazioni dei produttori tradizionali
MAGLIANO IN TOSCANA. Arrivato per la prima volta in Maremma nel 1972 per turismo, Michele Consaga (nella foto grande) ha poi fatto di tutto per venirci ad abitare. Cosa che è successa nel 2002, quando ha potuto acquistare l’azienda agricola "Poggiolella", nelle campagne di Magliano, e dedicarsi all’olivicoltura biologica: 3.200 piante, gran parte con impianto tradizionale (170 alberi a ettaro), e un oliveto più recente a semi intensivo (600 alberi/ettaro).
Consaga, da 15 anni socio dell’Olma di Braccagni, dice di «non avere alcuna intenzione di alimentare una polemica», ma di «seguire con grande attenzione il dibattito sull’introduzione in provincia di Grosseto di colture olivicole super intensive e intensive». E di vedere all’orizzonte «rischi molto seri per l’olio Evo a marchio Igt Toscano».
Cosa la preoccupa da produttore di olio Igp Toscano?
«Trovo pericoloso il tentativo di avvalorare gli impianti super intensivi come futuro inevitabile dell’olivicoltura, in quanto evoluzione della tecnologia e della ricerca. Lo trovo un messaggio volutamente ambiguo che ha l’obiettivo di rassicurare, ma che è nei fatti fuorviante rispetto al merito delle questioni».
Si spieghi meglio.
«Cito l’agronomo e membro dell’Accademia dei Georgofili Alessandro Tincani: in un suo intervento a un convegno del 29 settembre ha chiarito che in Spagna, dove esiste la più alta concentrazione al mondo di colture intensive e super intensive, solo l’1% delle superfici coltivate a olivo hanno impianti con oltre 2mila piante a ettaro. E solo il 4% sono quelle con impianti da oltre 1.000 piante per ettaro. L’alta densità delle colture olivicole, quindi, non è un destino ineluttabile per la Maremma, come molti sembrano lasciar intendere. Fra l’altro, lo stesso Tincani ha collaborato con Olma di cui sono socio conferitore, e dove come azienda affitto due silos per lo stoccaggio del mio prodotto».
Lei cosa farebbe?
«Penso che nel mondo dell’olivicoltura dovremmo replicare quanto di buono è stato fatto in quello della viticoltura. Dove i risultati sono arrivati nel momento in cui si è deciso di valorizzare i vitigni autoctoni e comunque la qualità totale, dalla vigna alle tecnologie in cantina. Riscoprendo anche vitigni tradizionali che magari non avevano la Doc, come ad esempio nel caso del "Pugnitello". Credo che la strada giusta non sia puntare sull’olivicoltura super intensiva, ma quella di esaltare le cultivar autoctone e differenziare gli oli rispetto alle pietanze a cui sono associati. Puntando sulla corretta gestione agronomica degli oliveti, con una potatura razionale a intervalli regolari, la corretta gestione del suolo e tecniche di microrrigazione».
Il tema dei consumi idrici è uno degli argomenti più forti contro colture intensive e super intensive
«Ho toccato con mano le conseguenze dei cambiamenti climatici. Con periodi prolungati si siccità e temperature a 40 gradi tutto diventa imprevedibile. Lo scorso anno ho prodotto 2.450 litri d’olio, quest’anno 430. Le piante erano così secche da sembrare di cristallo, e gli alberi che hanno prodotto le olive sono quelli che di solito ne fanno poche perché in una zona di ristagni d’acqua. Ho dovuto scavare un pozzo trovando l’acqua a 63 metri di profondità, perché oramai l’attività irrigua di soccorso sta diventando ordinaria. È evidente che impianti intensivi e super intensivi consumano quantità enormi d’acqua e mettono in crisi la falda. Ma non è solo questo».
Cosa intende?
«Voglio dire che dobbiamo preoccuparci anche di salvaguardare la biodiversità, perché l’introduzione delle poche varietà adattabili ai nostri climi e alle nostre caratteristiche a lungo andare minaccerebbe le cultivar autoctone. Io ho uno schema di oliveto tradizionale toscano, con sesto 7.50x7.50 metri, e piante di Moraiolo, Frantoio, Leccino e Pendolino, sedimentato per secoli. In agricoltura gli effetti dei cambiamenti nelle abitudini colturali si valutano nell’arco dei decenni, forse sarebbe il caso di essere prudenti».
Chi punta su intensivo e super intensivo, sostiene che l’olivicoltura tradizionale non genera reddito.
«Per generare reddito bisogna pagare un prezzo adeguato a un prodotto di qualità. E comunque i piccoli produttori devono insistere sulla strada dell’associazione. Non solo per produrre olio, ma anche per commercializzarlo, facendo uno sforzo per essere presenti per tutti gli anelli della filiera, compresi logistica e distribuzione, e così redistribuire valore aggiunto a chi sulla terra lavora. Se no, come qualcuno previde già nel 1848, sarà inevitabile che i medi mangino i piccoli e i grandi mangino i medi, fino a situazioni di oligopolio o monopolio. Che per l’olivicoltura significa vendere i terreni a grandi aziende finanziarizzate, come sta avvenendo in Maremma».
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