Sicurezza
Miasmi, sigilli al depuratore di Grosseto. Tre indagati
Sequestrata la nuova linea di gestione dei fanghi. Lo stop dopo le indagini dei carabinieri partite da numerose segnalazioni dei cittadini
GROSSETO. Su richiesta della Procura della Repubblica (nella persona del pubblico ministero Giampaolo Melchionna), il giudice per le indagini preliminari Marco Mezzaluna ha emesso un decreto di sequestro preventivo eseguito ieri dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria, intervenuti nei locali di conferimento extraflussi dei fanghi dell’impianto di depurazione San Giovanni (località Pianetto), alle porte della città, gestito da Acquedotto del Fiora.
Al momento sono tre i nomi scritti sul registro degli indagati per i reati di emissioni in atmosfera, getto pericoloso di cose, inquinamento ambientale, e scarico in acqua di fanghi con concentrazioni di idrocarburi superiori al consentito: Michela Ticciati, responsabile tecnica della società, Cristiano Capocci, responsabile dell’Unità approvvigionamenti e controllo, e quello di una ex dipendente dell’azienda (oggi in Comune).
Il provvedimento è scaturito proprio dalle indagini condotte dai carabinieri la scorsa estate a seguito di numerose segnalazioni inoltrate da altrettanti cittadini (raccolte e raccontate da Il Tirreno, e arrivate addirittura in consiglio comunale) per i cattivi odori che provenivano dalla zona del depuratore; indagini sui fanghi in entrata e in uscita dallo stabilimento eseguite anche in collaborazione con Arpat ed estese al Fosso dei Mulini e al collettore Morelle, fino all’interno dell’area naturale protetta del Parco della Maremma.
I militari hanno individuato numerose problematiche legate alla gestione della nuova linea fanghi: emissioni di ammoniaca e idrogeno solforato oltre i limiti consentiti, presenza di idrocarburi e metalli pesanti nei sedimenti di terreno circostanti il depuratore, azoto nitroso negli scarichi. Problemi sui quali dovranno essere compiuti ulteriori accertamenti.
In aggiunta, i carabinieri hanno riscontrato che la sezione dell’impianto di depurazione relativa alla ricezione dei fanghi cosiddetti “palabili” (cioè solidi, che possono formare cumuli) e all’accumulo dei fanghi disidratati era stata realizzata – di fatto – in assenza di un permesso a costruire (perché scaduto).
Grazie al sequestro, la Procura può effettuare appunto ulteriori analisi. Nel frattempo la parte interessata rimarrà ferma, mentre il suo lavoro sarà svolto dalla vecchia linea appositamente riattivata.
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