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Grosseto

Il caso

Lo mandano in pensione per sbaglio. E alla fine gli chiedono anche i soldi

di Michele Nannini
Lo mandano in pensione per sbaglio. E alla fine gli chiedono anche i soldi

Follonica, incredibile vicenda per un postino. L’Inps ammette l’errore ma non basta

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FOLLONICA.  «Ci siamo sbagliati, lei non può andare in pensione e ci deve pure ridare 41mila euro».

Una vera e propria mazzata per un ex portalettere di Poste italiane, Pierluigi Topi, 63 anni, uscito dall’azienda grazie all’incentivo all’esodo a giugno del 2019 e che dopo tre anni di Naspi, contribuzione volontaria e una fitta corrispondenza con l’Inps provinciale si è visto recapitare la clamorosa richiesta per un errore commesso, e ammesso, dallo stesso istituto di previdenza. Che però adesso non sembra in grado di porre rimedio a quanto definito proprio in occasione dell’incentivo all’esodo.

La storia è lunga e anche abbastanza complessa per chi non è avvezzo alle mille pastoie che circondano l’attuale mondo pensionistico. Tutto inizia a maggio 2019 quando Poste italiane propone a Topi l’incentivo all’esodo avendo all’attivo 39 anni e 10 mesi di contributi.

«Il 30 giugno uscii dall’azienda e avanzai domanda per aderire alla contribuzione volontaria per i tre anni che mi mancavano per arrivare a 42 anni e 10 mesi – spiega Topi – contestualmente inoltrai la domanda per la disoccupazione Naspi su suggerimento di un ex collega che l’aveva presentata in precedenza e che, proprio grazie a quei contributi sommati all’incentivo all’esodo, era riuscito ad andare in pensione. A luglio presentai tutta la documentazione all’Inps di Grosseto e in due settimane mi confermarono sia la Naspi per 711 giorni, sia il fatto di non dover versare per quel periodo i contributi in quanto la stessa disoccupazione prevedeva il versamento dei contributi figurativi fino al 30 giugno 2021 mentre dall’1 luglio 2021 avrei poi dovuto provvedere ai versamenti volontari per 12 mesi».

Tutto procede senza intoppi fino al 30 giugno 2022 quando Topi finisce di versare le somme volontarie; il primo inghippo arriva poco dopo quando l’istituto fondi speciali dell’Inps di Firenze, sollecitato dallo stesso Topi e che si occupa della verifica dello stato contributivo, segnala la mancanza di ancora 39 giorni di contribuzione che vengono prontamente saldati a luglio 2022 con il successivo invio della documentazione finale per ottenere dal 20 ottobre la pensione.

«L’istituto fondi speciali poco dopo mi comunica, scusandosi, di non poter dare avvio alle pratiche per la pensione perché Inps Grosseto aveva totalmente cancellato la Naspi dal mio estratto contributivo, così facendo non avevo più i requisiti richiesti per il raggiungimento dei 42 anni e 10 mesi – spiega Topi – Non solo, l’istituto mi chiedeva anche il reintegro delle intere mensilità indebitamente percepite secondo l’Inps di Grosseto, lo stesso però che me le aveva riconosciute tre anni prima. In pratica si sono accorti di aver commesso un errore formale: a chi come me aveva aderito all’incentivo all’esodo non sarebbe spettata la Naspi, inoltre l’Inps avrebbe dovuto respingermi la domanda in fase di presentazione a luglio 2019 cosicché avrei potuto tranquillamente pagarmi i contributi richiesti e adesso avrei aspettato l’1 novembre per poter riscuotere la mia prima pensione. Il danno creato però è triplo: non è infatti possibile pagare i contributi retroattivi ma solo da adesso in avanti, inoltre la data della pensione si sposta di due anni a partire dal giorno in cui inizierò a versare i contributi pari a circa 22mila euro che purtroppo non ho; infine – continua l’ex portalettere – devo restituire l’intera Naspi pari a quasi 19 mila euro e a 63 anni dovrei trovarmi un lavoro per poter mangiare e pagare le bollette. Mi servirà poi un avvocato che mi difenda nei confronti di un istituto al quale io non ho chiesto nulla se non inoltrare una domanda accolta salvo poi sentirmi dire dopo tre anni che in pratica avevano scherzato».

Un primo ricorso presentato con il patronato è già stato respinto, l’unica strada aperta adesso è quella di rivolgersi con un avvocato d’ufficio al giudice del lavoro o di ricorrere alla Corte dei conti.

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