Il Tirreno

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Capalbio

Nascondeva tra la polvere di caffè più di cinque chili di hashish

di Pierluigi Sposato
Nascondeva tra la polvere di caffè più di cinque chili di hashish

Inseguito e arrestato dai carabinieri un ventiduenne in auto sull’Aurelia

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CAPALBIO. Nascosti tra le confezioni del caffè c’erano cinque involucri in cellophane, termosaldati, contenenti cinque chili e mezzo di hashish. Un maxitrasporto di sostanza stupefacente per il quale è finito nei guai un giovane nato a Roma, Mohammad Nudrul Miaa, 22 anni, arrestato dai carabinieri.

Il controllo è scattato poco dopo le 21 della sera di venerdì scorso. Una pattuglia dei carabinieri in servizio sulla statale Aurelia, in direzione Grosseto, nel territorio di Capalbio, all’altezza del bivio per lo Scalo, ha notato una colonna di tre auto, una delle quali stava effettuando un sorpasso vietato proprio all’altezza dello svincolo. I carabinieri si sono messi all’inseguimento e poco dopo, sempre nel territorio di Capalbio, ha fermato una Volkswagen Golf: al volante c’era Mia. I militari hanno perquisito l’auto e hanno scoperto la droga, strisce da dieci ovuli ciascuna, il tutto nascosto tra la polvere di caffè. Avvertito il pm, i carabinieri hanno arrestato e portato in carcere Mia, con l’accusa del trasporto illecito della droga.

Ieri mattina l’indagato è stato portato davanti al giudice Marco Mezzaluna. Mia non ha voluto rispondere alle domande del giudice, il suo difensore ha fatto notare che manca la relazione del laboratorio che attesti nei dettagli la qualità della sostanza stupefacente ai fini della natura drogante. Il gip, che ha convalidato il provvedimento, è stato del parere che vi siano sufficienti elementi per l’adozione di una misura cautelare nei confronti di Mia. Innanzi tutto il risultato positivo del narcotest: si tratta sicuramente di sostanza stupefacente. E poi il fatto che si sia mossa una colonna di auto, come se fosse una staffetta per eludere i controlli delle forze dell’ordine. E infine l’aver nascosto la droga nel caffè. Che senso avrebbe avuto adottare tutti questi accorgimenti se non si fosse trattato di sostanza stupefacente? è la domanda che si pone il giudice. Se non ci fosse stato un bene di un considerevole valore economico da tutelare, perché organizzare un trasporto di queste caratteristiche? La risposta è che si è trattato di droga con un consistente principio attivo, a prescindere dal risultato del laboratorio di analisi che al momento dell’udienza non era disponibile. Un quantitativo tra l’altro di impatto, qualora la droga fosse stata immessa sul mercato.

Insomma, da una parte fatti gravi e univoci nella direzione di contatti con la criminalità e pericolo che gli episodi possano ripetersi; dall’altra la giovane età dell’indagato e la sua incensuratezza insieme a un rapporto di lavoro in essere nella capitale. Il giudice ha così deciso per l’obbligo di dimora a Riano di Roma, con l’obbligo di presentarsi ai carabinieri per darne comunicazione, il divieto di allontanarsi senza autorizzazione del giudice, il divieto di uscire di casa dalle 21 alle 7; e l’autorizzazione per andare ogni giorno al lavoro.




 

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