Sicurezza
Ripartire dopo l’incendio: 50 arnie a cinque apicoltori della Maremma
“Save the queen”: la campagna di Legambiente per le attività. Le storie: «Così le fiamme hanno devastato piante e vegetazione»
CINIGIANO. Quest’estate, la Maremma è stata funestata dagli incendi. Alcuni di dimensioni enormi, come quello scoppiato a Cinigiano il 24 luglio, dove sono distrutti circa 800 ettari di terreno, o quello divampato qualche giorno più tardi a Manciano. Ci sono state tante mani tese verso agricoltori e allevatori che hanno subito danni. Anche Legambiente ha voluto fare la sua parte, donando 50 arnie a cinque apicoltori che hanno subito danni diretti o indiretti a causa delle fiamme. La campagna “Save the queen”, infatti, sostiene apicoltrici e apicoltori nel portare avanti le loro attività, in particolare qualora siano stati colpiti da avversità di vario tipo.
Tra le aziende che hanno subito i danni maggiori c’è quella di Gianni Rabagli e della moglie Gianna Giorgi, che si trova a Cinigiano. «Avevamo una postazione con dodici cassettine: 12 sciami in totale. Il fuoco li ha bruciati tutti. Erano piccole famiglie che il prossimo anno sarebbero diventate realmente produttive», raccontano i due apicoltori. Per fortuna, qualche giorno prima, Rabagli aveva spostato da lì una quarantina di famiglie che quindi si sono salvate. Per loro, comunque, un 2022 tutto da dimenticare: «Il nostro vigneto ha avuto una produzione molto inferiore rispetto agli altri anni, a causa della siccità. Mancano anche le olive: abbiamo 800 olivi, e riusciremo a raccoglierne due quintali, tre al massimo. Praticamente niente».
Le fiamme hanno devastato anche Manciano, e in particolare l’azienda agricola di Maria Rosa Di Francesco, che produce vino, olio e miele. «Sono state distrutte 16 arnie che si trovavano sotto ad alcuni olivi e l’intero oliveto – commenta Stelian Dandi, referente dell’azienda –. Abbiamo dovuto potare un centinaio di olivi, nella speranza che ricrescano i prossimi anni». Anche Maria Vasconi ha subito danni alla sua apicoltura, seppur indiretti: «Quaranta dei miei apiari si trovano vicino a zone con colture di piante e fiori che producono nettare, come marruca e acacia. Venendo a mancare queste colture, che sono state distrutte dal fuoco, ci saranno dei danni per gli alveari vicini, sia quest’anno che nei prossimi anni», racconta. Di danni, comunque, ce ne sono stati: «Avevo 150 alveari, ma quest’anno ne ho persi una ventina, soprattutto a causa della siccità», continua Vasconi, che ha preso le redini dell’azienda di famiglia, dopo che il padre è andato in pensione.
Il danno a livello ambientale è enorme. Difficile da quantificare il danno economico: «All’incirca un centinaio di euro per arnia. Se un’arnia è piena d’api anche 180 euro». Anche la produttività delle arnie dipende dalla stagione. «Per ogni arnia si può mettere un melario che fa da un minimo di 12 chili a un massimo di 18. Addirittura 20 chili, se la stagione è buona. Fino a quattro anni fa – continua – riuscivo a mettere anche tre melari». La produttività, quest’anno, non è stata delle migliori: «Da una delle arnie più forti ho ricavato 18 chili di miele. In quelle più deboli una quindicina. La stagione è stata abbastanza buona, ma in media sono riuscita a fare un melario ad arnia, non di più».
Oltre alle arnie, sono state regalate anche bombe di semi: «Si tratta di semi che possono essere coltivati e messi in natura, che danno luogo a erbe spontanee con la presenza di fiori, che sono molto importanti per le api», dice il responsabile agricoltura di Legambiente, Angelo Gentili, che vuole ribadire l’importanza di questi insetti per tutto l’ecosistema: «Sono responsabili dell’80 per cento della flora selvatica e del 75 per cento delle piante coltivate». Ma negli ultimi anni, in Italia sono scomparsi 200mila alveari in Italia. In provincia, comunque, ci sono 207 apicoltori, e sono solo quelli iscritti ad Arpat (Associazione regionale produttori apistici). «Gli incendi – continua il Gentili – possono portare alla perdita di un substrato che può essere utile per le api. Se si perdono le coltivazioni di acacia o di altre piante, le api non hanno più i fiori che utilizzavano, per molto tempo. I due fattori che influenzano negativamente questi insetti sono i pesticidi e i cambiamenti climatici: il fatto ci sia una forte siccità o una dimensione stagionale che non è quella tradizionale mette in difficoltà le api, che sono abituate a rispettare cicli particolari». La donazione è stata possibile grazie anche all’azienda Frosta e alla start-up Beeing, che realizza arniche, anche didattiche. Una delle dieci arniche donate a ogni apicoltore, infatti, è utilizzabile per la didattica, per insegnare alle persone l'importanza di questi insetti. Le cinquanta arnie sono state consegnate ieri mattina nella sede di Legambiente in località Enaoli, a Rispescia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
