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Grosseto

Multiculturalità

Apre un nuovo centro culturale islamico nel centro di Grosseto

di Massimiliano Frascino
Centro di cultura islamica aperto in via Trento nei locali dell’ex “Pesce povero” (foto Agenzia Bf)
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Centro di cultura islamica aperto in via Trento nei locali dell’ex “Pesce povero” (foto Agenzia Bf)

È il terzo in città: aperto in via Trento nei locali dell’ex ristorante “Pesce povero”. «Spazio affittato per un anno e mezzo e ci siamo tutti autotassati per le varie spese»

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GROSSETO. La città ha un nuovo Centro di cultura islamica - Faizan Emadina (preghiera di Medina) - cui fanno riferimento i migranti di origine pachistana. Che va ad aggiungersi agli altri due già esistenti nel capoluogo: l’associazione culturale Assalem Islamica, in via Siria, punto di riferimento dei musulmani nordafricani. E il centro culturale islamico Elhilal, in via Genova, frequentato prevalentemente da migranti di nazionalità macedone, ma non solo. 

A confermare la recente apertura dell’ultimo luogo di aggregazione cittadino, Faizan Emadina, aperto in via Trento nei locali dell’ex ristorante "Pesce povero", è Rashad Iqbal, imprenditore pachistano arrivato a Grosseto dal 2001, contitolare della Agribaktir Snc di Campagnatico, che effettua lavorazioni agricole in conto terzi. «Il nostro centro - spiega - è stato aperto da poco tempo e ancora dobbiamo organizzarci per ristrutturare i bagni per le pratiche di purificazione delle mani e del viso che si fanno in occasione delle preghiere. Lo scorso 9 ottobre abbiamo festeggiato la ricorrenza della nascita del profeta Maometto con un’ottantina di fedeli. I locali sono stati affittati per un periodo di un anno e mezzo, in modo da avere il tempo di capire se sia la soluzione migliore. In questa fase siamo solo all’inizio e ci siamo tutti tassati, come succede nelle chiese con le elemosina, per avere le risorse che ci consentano di pagare regolarmente l’affitto. Poi ognuno di noi dà il proprio contributo anche in termini materiali, effettuando lavori di manutenzione o donando suppellettili. Insomma, ci stiamo organizzando e il passaparola si sta diffondendo nella nostra comunità».

Alla domanda sul perché ogni comunità realizzi una propria moschea Rashad dà una risposta semplice e chiara. «Noi pachistani - aggiunge - siamo in grado di leggere l’arabo nel quale è scritto il Corano, ma generalmente non lo parliamo. Per questo abbiamo bisogno di uno spazio nostro dove poterci confrontare». Il centro islamico Faizan Emadina ha preso possesso dei nuovi locali seguendo tutte le regole, a partire dalla comunicazione alla Digos di Grosseto, e delle pratiche in Comune, dopo aver parlato con l’assessore alla cultura Luca Agresti. «Giovedì prossimo - spiega il presidente Abdul Roaf - avremo un incontro con il sindaco della città per presentarci e farci conoscere meglio. Siamo solo all’inizio e ancora non abbiamo un imam, che tradizionalmente viene retribuito dalla comunità che lo ospita, ma stiamo per aprire un conto corrente per le offerte. Nel frattempo, grazie a un volontario, abbiamo iniziato a organizzare occasioni di ritrovo e di trasmissione della nostra cultura e del Corano alle famiglie che vivono qui. Non abbiamo ancora una vera e propria moschea, ma uno spazio comune dove preghiamo, anche, oltre a celebrare festività come la nascita del profeta o il Ramadan».

Secondo Ikbal la comunità dei pachistani presenti a Grosseto conta circa 200 persone. Quasi tutti uomini, che lavorano in larghissima parte come operai agricoli - che per le pratiche amministrative e le disoccupazioni agricole fanno riferimento alla Flai Cgil e al patronato di via Repubblica Dominicana - con alcuni che lavorano nell’edilizia o gestiscono attività commerciali. Si tratta di persone che perlopiù lavorano in cooperative o società che svolgono lavori agricoli in conto terzi, dalla gestione di vigneti e oliveti, al movimento terra fino all’impianto di nuove colture o all’organizzazione dei raccolti di prodotti agricoli come il pomodoro da industria.

Lo conferma Pierpaolo Micci, segretario della Flai Cgil: «Quella pakistana - dice - è una comunità che si sa organizzare, all’interno della quale sono state costituite cooperative che operano nel settore agricolo e hanno contribuito a emancipare le persone. È un gruppo etnico con un’identità molto caratterizzata, ma che si sta aprendo all’esterno. In provincia, a spanne, ci sono almeno 500 pakistani con regolare permesso di soggiorno, oltre agli irregolari. Noi come Cgil ci collaboriamo dal 2014, e prima della pandemia abbiamo messo a disposizione la sala 1° Maggio per festeggiare un Ramadan e poi abbiamo organizzato insieme altre occasioni interculturali alla Cava di Roselle. Sono contento che abbiano trovato una sede per la loro associazione, dove possano riunirsi per le loro pratiche spirituali». La presenza del nuovo centro in via Trento non ha creato nessun tipo di problema. «Quando ci riuniamo - sottolinea ancora Ikbal - uno di noi rimane all’ingresso e si preoccupa che non ci siano assembramenti in strada che possano disturbare i residenti nella zona. Personalmente, d’altra parte, in tanti anni, non ho mai riscontrato episodi di razzismo o intolleranza». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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