Gioco
Stop allo stabilimento di mattazione: decine di piccole imprese nei guai
Il caro bollette ferma la Icam di Stiacciole e un’intera filiera territoriale rischia la crisi
GROSSETO. Il blocco del mattatoio della Icam Snc per i costi energetici minaccia di avere effetti devastanti sull’intera filiera della mattazione, mettendo in crisi allevatori, macellai e piccoli salumifici locali. Nell’impianto di via Scansanese, a Stiacciole, vengono abbattuti e lavorati capi bovini, ma soprattutto suini e ovini. Questi ultimi, infatti, non vengono processati dall’impianto della Ma.Mar. srl (Mattazione Maremmana) del Madonnino (Braccagni), per cui chi si serve dalla Icam dovrebbe individuare un altro mattatoio, come quello privato di Castel del Piano, con un incremento dei costi di trasporto. Oppure rivolgersi ai grossisti di carne, che sono in grado di fornire prodotti a marchio italiano. Ma in questo caso a rimetterci sarebbero i piccoli allevatori maremmani, che non avrebbero più mercato per le loro carni attraverso la rete delle macellerie private e dei piccoli salumifici.
Icam, che è in concordato di continuità dal 2012 in seguito a una precedente crisi produttiva, è storicamente il punto di riferimento per molte piccole attività che commercializzano carne e insaccati made in Maremma. «La nostra struttura prende le commesse dai clienti – spiega l’ingegnere Alessandro Guelfi direttore dell’impianto di Stiacciole – poi appaltiamo la macellazione e lo sporzionamento al Consorzio Qcs di Pontedera, che in loco si avvale dell’associata Amadica di Napoli. Lo scorso anno abbiamo macellato 1.089 bovini, 1.387 pecore, 289 agnelli e 3.007 suini. Sono numeri importanti per i piccoli allevatori della provincia di Grosseto, e non solo. Perché grazie ai nostri servizi possono rifornire la rete delle macellerie locali, i piccoli salumifici e chi ricorre alla macellazione per l’autoconsumo. Ci dispiace per i nostri clienti, ma i costi delle bollette per energia elettrica, gas e acqua sono diventati per noi ormai insostenibili».
Fra l’altro la Icam lavorava anche la carne dei numerosi cinghiali abbattuti in provincia durante il periodo di caccia, o in seguito alle campagne di abbattimenti selettivi. Al mattatoio grossetano, fino a oggi, si rivolgevano una cinquantina di macellerie private della provincia, un numero più o meno equivalente di piccoli allevamenti di bovini e suini, e due o tre allevamenti di ovini. Fra le macellerie, inoltre, ce ne sono diverse frequentate da musulmani che tradizionalmente vendono molta carne di pecora e di bovino con la certificazione “halal” (pura).
Gabriele Rossi, titolare di una nota macelleria di via Emilia a Grosseto e presidente dell’associazione di mestiere aderente ad Ascom Macellai di Maremma, che rappresenta una decina di “boutique della ciccia”, non nasconde la sua preoccupazione. «Questa e un’ulteriore tegola che ci cade in testa – spiega Rossi – che si aggiunge all’aumento dei prezzi della materia prima, che per alcune pezzature sono stati del 40 o 50 per cento, e al raddoppio dei costi per l’energia elettrica. Per molti di noi la Icam è un punto di riferimento importante perché assicura la macellazione di animali allevati in provincia, garantendo carne di qualità. Il problema riguarda soprattutto la macellazione di maiali e agnelli nostrani, per la quale Icam ha la certificazione della Asl. Mentre per la carne bovina possiamo rivolgerci alla Ma.Mar. di Braccagni. Ci sono macellerie che ritirano uno o due maiali lavorati alla settimana, o piccoli salumifici che ne fanno macellare fino a 7 o 8. Se non fosse trovata una soluzione velocemente, saremo costretti a rivolgerci ad altre strutture di mattazione come quella di Castel del Piano, però con un incremento dei costi, oppure a ordinare ai grossisti. Che sono in grado di fornirci carne certificata italiana, ma piuttosto difficilmente quella made in Maremma, molto apprezzata dai consumatori».
Quello della filiera della mattazione per i piccoli allevamenti zootecnici non è un problema nuovo in Maremma. Era già esploso nel 2012, al momento della prima crisi di Icam. La provincia di Grosseto, infatti, per quanto con numeri molto più piccoli rispetto a una trentina di anni fa, continua a rappresentare il 50 per cento delle produzioni zootecniche della Toscana.
A Castel del Piano c’è un piccolo mattatoio di proprietà del Comune, ma gestita dalla società Ma.Ri. (Macellai Riuniti), che lavora gli animali per tre soci e altre due o tre macellerie dell’Amiata. «Il mattatoio – spiega l’amministratore della società Paolo Cappelli – è stato ristrutturato una decina di anni fa, ed è dotato della certificazione Cee con tre catene dedicate a ovini, bovini e suini. Naturalmente è una piccola struttura con capacità di lavorazione limitate. Ma noi siamo disponibili a venire incontro alle esigenze degli allevatori e delle macellerie del territorio. A patto, però, di essere formalmente investiti del problema e di avere interlocutori affidabili intorno a un tavolo. Perché l’adeguamento strutturale che richiederebbe un incremento della capacità di mattazione, comporterebbe investimenti onerosi. Fino a oggi ci sono stati solo contatti telefonici sporadici e informali, ma nessuno ci ha chiesto un incontro ufficiale».
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