Gioco
Nel Parco fioriscono gli adesivi di Clet: adesso i cartelli hanno un nuovo volto
L’artista bretone è stato chiamato per personalizzare una ventina di segnali stradali
ALBERESE. Viaggia per le vie della città in sella alla sua bicicletta. Guarda la strada, osserva il paesaggio e, soprattutto, i cartelli stradali che lo circondano. Ce ne sono tanti, forse troppi. Blu, rossi, gialli. Si accosta a uno di questi, poggia la bicicletta e ci sale sopra, usandola come scala. Quando riparte, il cartello non è più lo stesso: adesso è speciale, unico.
Lo stesso è successo ieri al Parco della Maremma. Clet Abraham è arrivato in sella alla sua bicicletta e ha reso ancora più magico il percorso che da Spergolaia porta a Marina di Alberese, nel cuore del Parco. L’artista francese abita in Italia da quasi 20 anni; si è fatto conoscere a livello nazionale e sulla scena internazionale proprio grazie alle decalcomanie cartacee, degli adesivi che attacca sui cartelli stradali creando un’immagine ironica, di riflessione, talvolta polemica, mantenendone però riconoscibile il significato.
Abraham è stato chiamato dai vertici del Parco, che gli hanno affidato l’incarico di “clettizzare” una ventina di cartelli. «L’attività artistica di Clet è molto simile a quello che vogliamo fare noi nel Parco: trasformare un codice al quale tutti noi siamo abituati e attribuirgli un altro significato. Dobbiamo aprirci e capire che le cose convenzionali possono anche essere lette in maniera diversa. In questo senso, abbiamo una visione comune», dice Simone Rusci, presidente del Parco della Maremma. Insomma, intenti simili che si esprimono in iniziative diverse e su scale differenti, ma che trovano un punto d’incontro nell’arte: «Clet ha il potere di trasfigurare il codice dei cartelli con poche mosse. Lo abbiamo chiamato perché il Parco è statico e vogliamo, invece, trasformarlo in qualcosa di dinamico. Vivo, in continua evoluzione», continua Rusci.
In realtà, il legame che lega Clet al Parco è stato instaurato tantissimi anni fa, nei primi tempi in cui viveva nel Belpaese. «Sono venuto molte volte qui al mare. Mi piace molto, perché io vengo dalla Bretagna, una terra molto selvatica, dove il mare è una presenza molto particolare – racconta – Poco dopo essere arrivato in Italia iniziai a frequentare una ragazza tedesca. Il mio suocero dell’epoca era innamorato del mare di Alberese e così le prime volte che sono venuto al mare in Italia era proprio qui». Sono più di dieci anni che l’artista, oggi cinquantaseienne, crea queste opere. «Ho iniziato nel 2010 a Firenze. Il mio obiettivo era ridare valore a qualcosa che lo ha perso completamente come, appunto, i cartelli stradali: sono un linguaggio universale, tutti li comprendiamo. Ma ce ne sono troppi, e le persone non li guardano più. Io, invece, cerco di far sì che la gente presti attenzione», continua Clet, ma il suo intento è anche un altro: «Voglio creare una riflessione sulla sicurezza stradale – dice – affinché non sia solo una forma di obbedienza alle regole».
L’universalità dei cartelli stradali si è unita così allo spirito artistico, che cerca di comunicare e mandare messaggi che tutti – o quasi – possano capire, senza bisogno di parole. Clet è un artista controverso, e ne è ben consapevole. Non tutti, infatti, apprezzano il suo lavoro. Alcuni lo hanno definito un vandalo, un imbrattatore, persino un blasfemo, a cominciare dal suo primo cartello “Cristo nella strada senza uscita”. Ma ha anche tanti fan, o comunque persone che apprezzano il suo lavoro: ieri mattina, infatti, mentre attaccava le sue opere nel Parco è stato fermato da alcuni ammiratori, che hanno voluto scattare una foto con lui. «Ci sono città che mi pagano per decorare i cartelli e città che mi multano – dice ridendo – Questa è la dimostrazione che l’essere umano può avere diversi punti di vista».
Gli sticker resistono bene in città, mentre in campagna durano in media tre-quattro anni, perché c’è più luce. Tra qualche anno, insomma, Clet potrebbe tornare all’opera nel Parco. «Anche questo è una fonte di riflessione – dice Rusci – per capire il valore dell’arte in un territorio come il nostro, il valore della street art e di un’arte che non è permanente, da museo». Clet ha portato ad Alberese alcune delle sue opere più famose. Un po’ di tutto, ma non ha creato nuovi adesivi apposta per l’occasione: «Prima di creare qualcosa di specifico per il territorio ho bisogno di viverlo a pieno – dice – Le persone pensano che in tutti i posti ci siano gli stessi cartelli, ma non è così. Chissà, in futuro potrei creare qualcosa di specifico per il Parco».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
