Sicurezza
Emergenza lavoro povero
Cgil: «Le aziende non trovano personale perché ci sono rimasti sempre meno ragazzi. Chi ha qualifiche più elevate non si accontenta di retribuzioni troppo basse e se ne va»
GROSSETO. La Cgil grossetana mette il dito nella piaga del lavoro povero, con una considerazione allarmante sul declino demografico: in 20 anni Maremma e Amiata hanno perso poco più di 10mila giovani residenti nella fascia d’età fra i 20 e i 34 anni.
La segretaria Monica Pagni non ci gira intorno: «Quello del lavoro povero, perché precario e poco qualificato è il problema dei problemi al quale anche nel nostro territorio si contrappone la narrazione tossica e autoconsolatoria dei giovani che non avrebbero voglia di lavorare, di mettersi alla prova. E che da questo dipenderebbero le difficoltà delle aziende a trovare personale».
Fra i motivi per cui le aziende non riescono a reclutare, per la Cgil, c’è quello della “rarefazione” dei giovani; ma non solo. «Purtroppo – continua Pagni – al calo delle nascite, per avere una visione d’insieme, va affiancato il fenomeno delle migrazioni in altre province italiane e all’estero di una bella fetta dei nostri giovani più qualificati. Fenomeno sottodimensionato perché molti di questi ragazzi e ragazze, pur essendosi trasferiti, continuano a mantenere la residenza presso le proprie famiglie di origine».
Ad avvalorare la propria tesi, Pagni cita due recenti analisi. «La Fondazione Di Vittorio della Cgil ci dice che nel 2042 in Italia ci saranno 6,8 milioni di persone in meno in età da lavoro, e 3,8 milioni di pensionati in più. Il saldo naturale è già negativo, quello migratorio quasi: si muore più di quanto si nasce, si parte più di quanto si arriva».
«Il tema – aggiunge – è la sostenibilità sociale ed economica del Paese: lavoro, pensioni, assistenza, sanità, bassa natalità, bisogno di manodopera straniera. Questione demografica, migratoria e occupazionale: nodi che si intrecciano e che la politica sembra ignorare».
Sociologi e demografi intervistati su Affari & Finanza, aggiunge la segretaria della Cgil, «spiegano che già al 2030 mancheranno 2 milioni di lavoratori nella fascia 30-64. Già oggi i trentenni sono un terzo in meno dei cinquantenni, e a loro volta i nuovi nati sono un terzo in meno dei trentenni».
«Il divario – spiega – fra nascite e morti supera ormai le 300 mila unità. Ed entro il 2050 le nascite scenderanno sotto le 300mila. Numeri sulla base dei quali il professor Alessandro Rosina, docente di demografia alla Cattolica, dice che “i ventenni saranno meno degli attuali che già sono il numero più basso di sempre, 580 mila. L’aumento delle nascite non basta, deve combinarsi con flussi migratori consistenti».
Le conclusioni che la Cgil trae sono inequivocabili: «In provincia si incrociano crisi demografica e di un modello di sviluppo che per 20 anni ha puntato sul lavoro povero e dequalificato. Un mix che mette in serissima discussione i livelli di qualità della vita che ci siamo potuti permettere fino ad oggi. E che penalizzerà più di ogni altro, ragazze e ragazzi dai 20 ai 35 anni che in ogni caso saranno lavoratori più poveri perché sulle loro retribuzioni graverà anche il peso di una popolazione in gran parte anziana, con bisogni sanitari e sociali molto alti».
«Le aziende – conclude Pagni – non trovano personale perché i giovani sono pochi, e perché quelli con qualifiche professionali più elevate preferiscono lasciare il territorio non accontentandosi di retribuzioni troppo basse e lavori troppo poco qualificati. Da questo versante occorre agire con politiche di contrasto alla precarietà affiancate a politiche salariali e di riduzione dell’orario di lavoro a parità di retribuzione. Per far sì che i giovani restino dobbiamo dare loro prospettive e protezione». l
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