Il Tirreno

Grosseto

Strage di ciclisti. La città si ferma per il commosso addio in Duomo

Maurizio Caldarelli
Strage di ciclisti. La città si ferma per il commosso addio in Duomo

Dietro alle tre bare allineate anche tanti corridori che erano in gruppo con loro Max Lelli abbraccia i familiari di Tony, Roberto e Nilo. «Dolore troppo grande»

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GROSSETO. Una folla silenziosa, compatta e commossa ha dato ieri pomeriggio l’ultimo saluto alle vittime dell’incidente di Braccagni. Tutta la città s’è fermata per un’ora per ricordare Roberto Seripa, Nilo Naldini e Antonio Panico, che hanno perso la vita durante una delle loro uscite in bicicletta.
Ad ascoltare e a pregare durante la funzione celebrata dal vescovo della diocesi di Grosseto monsignor Giovanni Roncari (che si è sistemato prima delle 16 sul sagrato in attesa dell’arrivo delle bare), i familiari straziati dal dolore (le figlie di Naldini, Michela e Simona, sono state abbracciate per tutta la messa e in lacrime) , amici, cittadini, ex colleghi del Monte dei Paschi di Seripa, le associazioni Humanitas e Misericordia, nelle quali ha fatto il volontario Tony Panico, il pizzaiolo di Marina innamorato del Grifone, ma anche i volontari della Croce Rossa Italiana, con in testa il loro storico presidente Hubert Corsi toccato da vicino dalla tragedia, in qualità di parente di Mario Fiorilli.
Per far sentire la vicinanza al fratello di Antonio, Mario Panico (ex poliziotto), si sono presentati rappresentanti dell’associazione polizia di Stato. In chiesa anche l’Arma dei carabinieri, della quale ha fatto parte in gioventù anche Nilo Naldini, prima di diventare una delle colonne del Consorzio agrario fino a meritarsi il titolo di Cavaliere del lavoro.
A rappresentare la città di Grosseto sono intervenuti il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna (che sabato scorso ha indetto il lutto cittadino), il vicesindaco Fabrizio Rossi, il presidente del consiglio comunale Fausto Turbanti e il comandante della polizia municipale Alessio Pasquini.
Gli amministratori si sono intrattenuti brevemente con le famiglie e sistemati alla destra dell’altare.
Dietro alle tre bare allineate anche tanti corridori e amici che erano presenti alla drammatica passeggiata in bicicletta o che hanno incontrato quei tre sfortunati amici, prima di decidere di prendere un’altra strada.
Insieme ai familiari c’è Eliseo, uno dei ciclisti feriti, che mostra i segni della caduta per l’impatto contro la macchina e anche chi si sente un miracolato. «Quella mattina ci siamo ritrovati tutti a Barbanella – racconta uno del gruppo – Eravamo una quarantina. In venti abbiamo deciso di andare verso Talamone, gli altri hanno preso per Massa Marittima. È una tragedia alla quale non si può dare una spiegazione. Poteva capitare a chiunque di noi».
Davanti all’altare spicca la figura di Enrico Grimani, uno dei ciclisti professionisti usciti dal vivaio cittadino. Ha gli occhi gonfi per la commozione: «È tutto così irreale – dice al termine della funzione – So quello che si prova. Io sono stato più fortunato di loro. A 24 anni, quando ero un corridore professionista da appena due anni, sono stato travolto da una macchina mentre mi allenavo; sono stato trenta giorni in coma, ma poi sono tornato alla vita e anche in bicicletta, anche se la mia carriera si è fermata contro quell’automobile. Per il nostro amato sport è un giorno troppo triste. Occupandomi ormai dei più giovani – prosegue Grimani – faccio poche uscite, ma conoscevo quel gruppo, anche se non ci sono mai uscito. Tutti a Grosseto sanno che è un gruppo straordinario, che utilizza le due ruote per far sport, senza esasperazioni. Si pongono dei traguardi, per andare a bere un caffè insieme, ma senza competizione. Se uno di loro fora lo aspettano, per proseguire in fila indiana, nel rispetto delle regole. E questo è il vero spirito che dovrebbe animare chi va in bicicletta».
Alla fine della celebrazione religiosa anche il campione mancianese Massimiliano Lelli è andato a salutare uno a uno i familiari dei ciclisti travolti dall’auto impazzita di Mario Fiorilli. «Non ho parole – dice Max Lelli, il più grande tra i professionisti maremmani, terzo al Giro d’Italia 1991 e due volte azzurro ai Mondiali – È un dolore troppo grande per noi che amiamo il ciclismo. È una morte senza una spiegazione, inimmaginabile. Mi stringo intorno ai familiari per esprimere tutta la mia vicinanza. L’incidente, ripeto, non ha una spiegazione, ma dev’essere l’occasione per mettersi intorno a un tavolo e cercare di dare sicurezza a chi va sulle strade con la bicicletta. Io non nascondo che dopo 45 anni dalla prima volta che sono salito in sella ho paura, scelgo le strade meno trafficate, quelle che danno la possibilità di viaggiare in fossetta. Il ciclismo è uno sport pericoloso, ma ci devono aiutare tutti».
«La nostra vita è nelle mani di un destino cieco che noi possiamo solo sopportare – ha detto monsignor Roncari durante la toccante omelia, invitando i presenti a pregare per le vittime – È il momento di tirare fuori la fede. C’è chi considera la fede una specie di narcotico, una specie di droga per consolarsi di fronte a vicende come queste che tutti i giorni, sulla stampa, sui giornali, sulle comunicazioni sociali ci vengono messe davanti».
Nella Cattedrale, gremita all’inverosimile, tanto dolore e incredulità per quello che è successo. Quante possibilità aveva quella macchina, ormai senza guidatore, di andare addosso a un gruppo di ciclisti ordinati? Poche, è la risposta delle persone che hanno voluto salutare i tre ciclisti, abbracciare Alessio Seripa, consolare la vedova Naldini o la compagna di Tony Panico, al quale un gruppo di suoi amici tifosi ha voluto dedicare, dopo la partenza del feretro verso il cimitero, uno striscione (0564, Tony sarai sempre con noi) e una serie di cori («Tony è qua e salta con gli ultrà»), accompagnati da un fumogeno rosso. Una mano amica ha messo tra l’altro sulla bara di Panico anche due maglie dell’Us Grosseto, una sciarpa, insieme alla divisa dell’Humanitas che era diventata per lui una seconda pelle.
La città di Grosseto ha dato una dimostrazione d’affetto verso tre persone speciali che amavano la vita, la loro famiglia e che avevano scelto il mezzo meno inquinante, la bicicletta, per stare in mezzo alla natura.
La loro scomparsa ha aperto un dibattito sulla sicurezza delle strade, si parla della necessità di allargare la carreggiata e sistemare la fossetta laterale per lasciare maggiore spazio alle automobili. Gli amici, i compagni di mille passeggiate, passato il forte dolore di questi giorni proveranno a rimettersi in sella, anche se quell’incidente inatteso segnerà per sempre la loro vita e quella dei loro familiari. 
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