La manifestazione
Il problema è il lavoro povero
Monica Pagni (neosegretaria Cgil) irrompe nel dibattito sul reddito di cittadinanza. «Se Rdc e salari sono concorrenziali tra loro è colpa di imprenditori senza scrupoli»
GROSSETO. La neosegretaria della camera del lavoro di Grosseto, Monica Pagni, irrompe nel dibattito sul reddito di cittadinanza (Rdc), dicendo chiaramente che non è questa misura a sottrarre forza lavoro al mondo dell'impresa. Perché il Rdc è una misura di contrasto alla povertà, e il problema vero della provincia di Grosseto consiste nella quota elevata di «lavoro povero». «Bisogna che sia chiaro – attacca Pagni - Se i salari sono concorrenziali con il Rdc, il problema sono i salari e non il reddito di cittadinanza. E i beneficiari non possono scegliere di tenere il Rdc in alternativa a un’offerta di lavoro». A conferma di quanto dice, la segretaria della camera del lavoro sottolinea che «dal 2019 a oggi i percettori di Rdc in provincia di Grosseto sono stati 4.715. Oltre la metà (3.276) è stata esclusa dall’obbligo di partecipare alle politiche attive dei Centri per l’impiego. Ad esempio, per non essere in grado di sottoscrivere il “patto per il lavoro” a causa di malattie, disabilità e altre problematiche certificabili. Poi ci sono le persone che l’Inps definisce “molto lontane dal mondo del lavoro”, come i giovani Neet (che non hanno studiato né hanno svolto una formazione professionale) generalmente in base a meccanismi di esclusione sociale». Infine, le persone «considerabili come “vicine al mercato del lavoro” ma con competenze professionali molto basse; quasi tutte hanno avuto esperienze lavorative a tempo determinato durante il periodo in cui hanno percepito il Rdc, non sempre sfociate in una stabilizzazione come prevederebbe il patto per il lavoro. Sono poche decine quindi le persone potenzialmente occupabili sul nostro territorio che non lavorano pur potendolo fare». Considerato che l’importo medio del Rdc in provincia di Grosseto è di appena 450 euro «è del tutto evidente che qui, come altrove, i problemi di interi comparti produttivi a reperire personale non dipendono affatto dall’erogazione del reddito di cittadinanza».
Quindi la stoccata: «Bisogna allora chiedersi perché si continua a battere su questo argomento demagogico da parte di certi settori imprenditoriali. La scomoda verità è che in termini economici siamo un territorio vocato alla povertà, soprattutto perché negli ultimi vent’anni si è privilegiato un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento del lavoro privo di qualifica e sottopagato. Quasi sempre nella logica del ricatto occupazionale. In una realtà dove il lavoro stagionale è storicamente una quota rilevante dell’occupazione - con circa 30mila persone impiegate nel settore dei servizi turistici e del commercio, e in parte minore nell’agricoltura – la causa di tutti i mali non può quindi essere il Rdc».
D’altra parte, aggiunge Pagni, «nel periodo della pandemia i lavoratori, non gli inoccupati, che hanno fatto ricorso al Rdc sono aumentati a livello nazionale dal 37 al 52 per cento sul totale dei percettori. Cioè famiglie per le quali il reddito da lavoro non è nemmeno sufficiente a soddisfare le esigenze quotidiane». Per questo «dai partiti che ne chiedono l’abolizione vorremmo capire se per loro il problema è la povertà, generata dalle crescenti disuguaglianze e ingiustizie sociali, oppure se lo sono i poveri in se stessi, in quanto responsabili della propria condizione. Colpevoli di non accettare lavoretti sottopagati, spudoratamente proposti da imprenditori senza scrupoli».l
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