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cronaca

Terreni in vendita alla Diaccia Botrona, spunta un’ipotesi di compromesso

La Provincia potrebbe cederli, salvo la zona umida e con precise garanzie sulle colture


23 giugno 2022 Massimiliano Frascino


CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. La quadratura del cerchio sulla vendita dei terreni della Diaccia Botrona di proprietà della Provincia di Grosseto è praticamente a un passo dal traguardo finale. La novità più rilevante è che la Fondazione Capellino di Genova, che si occupa di tutela ambientale, in prima battuta fortemente contraria rispetto all’ipotesi di cessione dei terreni, ora sarà garante di un progetto agronomico e ambientale che terrà insieme gli aspetti produttivi e salvaguardia di flora e fauna. Parallelamente, la provincia di Grosseto riacquisirà i 200 ettari di area paludosa della Diaccia originariamente destinati a passare di mano con un vincolo di destinazione d’uso novantennale, per gestirli unitariamente nell’Area protetta insieme al Comune di Castiglione della Pescaia.

Lunghe trattative

Detta così, sembrerebbe un esito quasi scontato. Ma ci sono volute settimane di pazienti trattative e il subentro dell’amministrazione Limatola per arrivare a un accordo. Dopo che la vendita dei 950 ettari (750 a seminativo e 200 di zona umida) all’azienda "La Pioppa" - di proprietà di due giganti dell’agroalimentare come Gruppo Farchioni e Bonifiche Ferraresi - era entrata nel mirino di Wwf provinciale, Gruppo ornitologico maremmano, Centro rapaci minacciati, Forum ambientalista e Italia nostra, che avevano messo insieme 55mila firme con una petizione online. Oltre a M5S e altre sigle politiche.

L’aut aut

Proprio i 5 stelle, infatti, avevano posto un aut aut all’attuale presidente Limatola quando era candidato a guidare la Provincia, strappata lo scorso dicembre al centrodestra dell’uscente Anton Francesco Vivarelli Colonna, che a sua volta aveva avviato la procedura di alienazione e sancito l’aggiudicazione provvisoria. L’appoggio poi risultato determinante per l’elezione di Limatola era condizionato da parte dei 5 Stelle al blocco della vendita di quei 950 ettari.

Il colpo di scena

Arriviamo così al colpo di scena di un accordo quadro - illustrato ieri alle forze politiche - che nelle intenzioni dell’Amministrazione provinciale garantirebbe capra e cavoli: con il passaggio in proprietà alla provincia dei 200 ettari di "padule" alienati e il via libera all’acquisizione dei terreni coltivabili da parte di una grande azienda agroalimentare nazionale, con un patto per la gestione ambientale dei cicli produttivi a base di cereali. Escludendo di fatto l’ipotesi che era circolata di realizzare impianti olivicoli intensivi in adiacenza all’area umida. Il tutto sotto l’egida ambientalista della Fondazione Capellino.

Ordinaria burocrazia

Dietro a questa intricata vicenda, una storia di ordinaria burocrazia italiana. Di fatto il percorso che ha portato all’inevitabile vendita dei terreni intorno alla Diaccia è iniziato nel 2010 con la cosiddetta legge sul federalismo demaniale (Dlgs 85/2010) , In base al quale gli Enti locali avrebbero potuto chiedere il trasferimento di beni demaniali per venderli o valorizzarli. Col successivo regolamento attuativo (Dlgs 69/2013) furono stabilite le modalità operative. L’amministrazione guidata da Leonardo Marras, nel 2013, chiese all’Agenzia del demanio di entrare in possesso dei 950 ettari considerati per poterli alienare. Nel 2014, come prevedeva la legge, il consiglio provinciale confermava all’unanimità l’indirizzo espresso dalla giunta. Dopodiché nel 2015 la Provincia diventava proprietaria dei terreni e dell’area palustre compresa all’interno della Diaccia Botrona. Il cosiddetto federalismo demaniale, però, era un’arma a doppio taglio. Nel caso in cui avesse venduto i beni, l’ente pubblico avrebbe dovuto destinare il 75 per cento dell’introito all’abbattimento del proprio debito (con banche e Cdp) , versando il 25 per cento all’Agenzia del demanio. Nel caso in cui avesse scelto di valorizzare i beni acquisiti, invece, lo Stato avrebbe ridotto i trasferimenti all’ente pubblico territoriale in misura corrispondente a quello a cui aveva rinunciato cedendoglieli.

L’ipotesi di accordo

Morale della favola, secondo le indiscrezioni abbastanza precise che circolano, l’accordo definitivo prevederebbe l’acquisto da parte dell’Azienda agricola Pioppa dei 950 ettari andati a gara, per poi cedere i 200 ettari di zona paludosa alla Provincia di Grosseto a un prezzo poco più che simbolico. Il valore dell’operazione complessiva è di 6,3 milioni di euro (5,8 per i terreni coltivabili) . La provincia di Grosseto, così, non rischierebbe contenziosi con i legittimi aggiudicatari della gara, né procedure di infrazione con la Corte dei conti. Porterebbe a casa milioni di euro coi quali estinguere i mutui attuali e poter liberare risorse per gli investimenti, e diventerebbe proprietaria di 200 ettari di area protetta. I nuovi proprietari dei terreni coltivabili - già oggi affittati a una trentina di agricoltori, due dei quali hanno confermato la prelazione per continuare a coltivare fino a fine contratto - da parte loro, si impegneranno a condurre i terreni con coltivazioni biologiche di cereali e foraggiere, ripristinando anche aree destinate al pascolo di capi ovicaprini. Nella fascia adiacente al padule, la gestione dei cosiddetti "prati umidi" sarà improntata sulle abitudini e i bisogni alimentari delle numerose specie di uccelli migratori e stanziali che frequentano l’area. In definitiva, così la Provincia conta di salvaguardare l’interesse pubblico e garantire allo stesso tempo lo sviluppo di attività economiche agricole.

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