Gioco
Il pastore simbolo della Maremma costretto a lasciare: «Troppi lupi, non ce la faccio più»
Fernando Tizzi, decano degli allevatori, manda il gregge al macello dopo 65 anni
SATURNIA Fernando Tizzi, il pastore poeta di Saturnia, decano dei contadini, simbolo della pastorizia in Maremma, alza bandiera bianca.
Domattina un camion entrerà nell’aia del suo podere, La Bracciolina, e caricherà, una ad una, le ultime 90 pecore che gli sono rimaste di quello che un tempo era un popoloso gregge. Destinazione: il macello. «Preferisco così, che non venderle e poi continuare a sentire che oggi è stata sbranata quella e ieri quell’altra. Almeno mi faccio un pianto solo. Ne ho viste troppe straziate dal lupo, agonizzanti, azzannate vive, sbudellate dal lupo quando erano gravide. Non ce la faccio più», dice.
Lunga barba candida, occhi celesti, bianchi boccoli sulle spalle, l’incedere un po’ incerto dei suoi 76 anni compiuti il 17 maggio: la storia di fernando Tizzi è, nel bene e nel male, l’epopea di questa terra, e il mesto epilogo è un sinistro segnale di dove stia andando la Maremma e la sua vocazione più antica e genuina: la campagna e la pastorizia.
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«Sono un contadino, figlio e nipote di contadini, e sono fiero di esserlo», dice Tizzi. Pastore era il nonno materno, Demetrio Piccini, un transumante venuto dal Casentino. E pastore era lo zio, Divo Piccini, altra figura fondamentale che trasmetterà al piccolo Fernando la passione per le pecore. Ma anche la famiglia da parte di padre viene dalla campagna. «Il mio bisnonno, Domenico Tizzi, morì nell’azienda dei Colonna al Collecchio, ammazzato dai bufali. E anche mio padre Settimio ha fatto sempre il contadino».
Fernando ha appena 12 anni quando comincia a fare il pastore. Un bambino. «Era il 1958 – ricorda – e feci la mia prima transumanza con 35 pecore. All’epoca ci eravamo appena trasferiti da Saturnia al podere Bracciolina, un podere dell’Ente Maremma. Mio padre ci portò lì, a me, a mia mamma Diva Piccini, e alle mie due sorelle, che non c’erano ancora nemmeno le porte e le finestre; le chiuse, all’inizio, con delle balle di paglia. Io portavo le pecore dal podere ad alcuni terreni vicino a Saturnia, e con me la somara. Passavo giornate ai piedi di una quercia da solo, ma la campagna allora era abitata, tutti ti guardavano, ti proteggevano. Non c’erano pericoli. C’era un legame di affetti e di vita… Una cosa meravigliosa».
Il piccolo Fernando fa anche il pecorino: «Con mia sorella Anna mungevo le pecore e facevamo il formaggio. E non era mica quello che c’è ora nei supermercati. Allora era un’altra qualità. Con un quintale di latte ci facevi 20-22 chili di formaggio. La percentuale di grasso andava dall’8 all’11% al litro. Oggi è tanto se arriva al 5%. Ma d’altronde se le pecore non brucano più l’erba fresca, questo è il risultato».
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Il lupo? Stava solo nelle favole. «Il problema non c’era. Leopoldo II aveva eliminato il lupo dal territorio. D’altronde, se ci fosse stato il lupo, la Maremma non avrebbe potuto formarsi», dice Tizzi. Fino a quel momento nella zona del Mancianese il lupo si era fatto vivo rarissime volte. «Nelle annate più fredde e con tanta neve capitava che veniva, ma veniva subito abbattuto, anche dalle stesse autorità», ricorda Tizzi.
La prima volta che il lupo attacca, Tizzi se la ricorda bene. «All’epoca avevo 250 pecore ed ero orgoglioso e appagato. Il primo attacco avvenne il 29 agosto 1983 a un mio vicino – ricorda Tizzi –. A me toccò il 6 settembre. Trovai le pecore piene di rovi e pensai che erano andate nella macchia. Il giorno dopo ne trovai 20 ammazzate nel bosco».
Tutto il circondario si mobilita per capire da dove sia spuntato il predatore. Di solito quando un lupo si avvicina a un territorio lascia dietro di sé una scia di predazioni alle greggi che incontra. In quel caso, nessuna avvisaglia.
I lupi erano probabilmente quattro e l’inverno proseguì «con 2.400 attacchi in tutto il territorio», ricorda Tizzi. «Il 5 aprile del 1984 – ricorda ancora – un cacciatore di Murci riuscì a uccidere il primo lupo. Il prete organizzò una festa per celebrare l’evento e intervennero pure le autorità», ricorda Tizzi. Tre lupi in tutto fecero quella fine.
Tempi sideralmente lontani da quelli odierni. Oggi la legge vieta di uccidere i lupi. E questo epocale cambio di passo avviene proprio in quel periodo.
All’inizio degli anni Settanta viene approvata la legge per la reintroduzione del lupo sul territorio italiano, sostenuta dal Wwf. Ed è a questo punto che si scontrano i due mondi: quello della pastorizia per come era fatta fino ad allora, con le pecore lasciate al pascolo, e quello della tutela del lupo. La reintroduzione viene infatti realizzata anche in quelle zone ormai abitate dalle pecore, mentre i pastori – Tizzi in testa – chiedono che il lupo se ne stia solo dove non può far danni all’allevamento.
«Chi dice che in Maremma il lupo c’è sempre stato sbaglia. Nel libro “I pastori e i loro problemi” del 1972, a cura della Federcoltivatori Cisl, non si menzionano gli attacchi dei lupi».
Negli anni ’80 e ’90 Tizzi arriva ad avere 200-300 pecore. Il suo è un lavoro duro ma remunerativo, che gli permette di mandare avanti la famiglia: la moglie Ermelina Aurino, e i figli Valentina e Francesco, nati nel 1992 e nel 1993. «Mi dava una soddisfazione estrema – dice Tizzi –. Il lavoro del pastore è a contatto con gli animali, con la storia della propria famiglia: era una gioia. Io non posso dire che ho mai faticato».
La Maremma che descrive Tizzi è un quadro bucolico: «La pecora è un “laboratorio mobile” di tutela del paesaggio. Con le sue deiezioni concima il terreno in modo rispettoso dell’ambiente per la produzione di cereali. E brucando manteneva migliaia di terreni in produzione. La campagna era viva, migliaia di famiglie vivevano di pastorizia».
Da lì in poi, però, comincia la vertiginosa discesa. Gli attacchi si ripetono, si moltiplicano. Entrano in scena gli ibridi di cane e lupo: predatori come il secondo, audaci nell’avvicinarsi all’uomo come il primo. Tizzi prova i rimedi proposti da programmi come quello di DifesAttiva, che aiuta gli allevatori a combinare cani da guardianìa e recinti di protezione. «La rete elettrosaldata sono stato il primo a metterla e il primo a levarla, e il cane idem – racconta – Le reti si arrugginiscono e inquinano. E poi mi sembrava di stare in galera; la pecora non accetta la stalla, è un animale libero. Il cane mi morse e mi mandò all’ospedale. Mi dissi: “E se morde un ragazzino?”. Non lo avrei accettato».
E dunque, che fare? «Il lupo va tolto dalla aree dove c’è la pastorizia – dice Tizzi – e va tutelato nei posti dove fa meno danni possibile». La legge contro l’estinzione? «Inutile, il lupo non era affatto a rischio. Non lo è oggi», dice Tizzi. Il Piano Lupo? «Mettono a decidere chi si infila gli stivali solo la domenica, senza ascoltare chi per secoli ha tenuto in vita la campagna. Gliel’ho detto al ministro». I recinti? «Si vuole davvero produrre tutto il cibo a livello industriale con gli allevamenti intensivi? Noi una volta avevamo polli, conigli, vacche. Ora gli animali li vogliono nei capannoni per spremerli. E a quanto pare, introducendo il lupo, nei capannoni ci vogliono mettere anche le pecore. Per me c’è un disegno dietro. E non ci sto».
Oggi Tizzi è sul lastrico. «Sono in pensione da 20 anni e non ho mai riscosso un euro, perché ho vincolato tutto a pagare i danni dei lupi: centinaia di migliaia di euro. E non sono l’unico. Negli anni ’60 a Manciano eravamo 125 allevatori; ora siamo 12. Tra Roccalbegna e Semproniano c’erano 30mila pecore; oggi saranno 5-6mila. Eravamo i custodi di una natura con cui vivevamo in simbiosi. Oggi in quella natura si è lasciato spazio solo ad animali che la distruggono: lupi, caprioli, cinghiali. Io non ci sto». E dopo generazioni, i Tizzi non saranno più pastori. «Ho litigato con mio figlio che voleva fare il pastore. Era anche il mio sogno. Ma non posso permettere che soffra quel che ho sofferto io. Non avete idea di cosa significa vedere una pecora viva dimenarsi tra le fauci del lupo che la sta sbranando. Non voglio più che succeda una cosa del genere alle mie pecore. Domani piangerò. Ma sarà l’ultima volta».
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