Sicurezza
Cattivi odori sulla città Indagine dei carabinieri
La magistratura apre un fascicolo per il “puzzo di gas”
GROSSETO. I maremmani non sono certo gente con la puzza sotto al naso, ma da qualche tempo in molti si chiedono quale sia la fonte delle maleodoranze che iniziano ad ammorbare la città, puntuali come un orologio, intorno alle 19 di quasi ogni giorno. E in centinaia segnalano ad Arpat, ad Asl e al Comune perché si attivino, intervengano, trovino il responsabile e lo fermino, magari a suon di multe. Nel dubbio, infatti, si teme che la sgradevolezza possa essere collegata a rischi per la salute.
Il cattivo odore sembra provenire dalla zona del parco Giotto, che – verso l’“ora X” – ben presto risulta impraticabile per chi si allena, porta a spasso il cane o semplicemente passeggia in cerca di un po’ di refrigerio. Ma in poco tempo raggiunge Barbanella, Casalone, Gorarella, Oliveto e San Martino. Difficile descriverne le sfumature, ma a chiunque lo avverta una sola parola viene in mente: gas.
Mettendo a confronto le varie testimonianze, la prima emanazione viene fatta risalire a circa un mese fa. E anche sull’origine geografica delle esalazioni c’è concordanza: c’è chi indica l’area dell’ippodromo, chi genericamente l’Aurelia Antica. Insomma, facile sarebbe puntare il dito contro “i soliti sospetti”; ma arrivare in fondo alla questione potrebbe non essere così semplice.
Nel caso in cui non si trattasse di un fenomeno naturale, secondo il regolamento di polizia urbana del Comune di Grosseto sarebbe il municipio il responsabile dei controlli. L’articolo 20 al comma 3 stabilisce infatti che “è fatto divieto a chiunque, nell’esercizio di qualsiasi attività, lavorativa o meno, di produrre esalazioni moleste verso luoghi pubblici o privati”, e l’articolo 33 al comma 6 ribadisce che “competente ad accertare le violazioni alle norme del presente regolamento è, in via prioritaria, la polizia municipale”.
Ineccepibile, quando si tratta della friggitoria sotto casa. E il Comune, infatti, ha attivato Arpat e Asl, ma anche la Protezione Civile. Eppure le maleodoranze continuano.
Fino a pochi anni fa, l’assenza di limiti normativi che determinassero la liceità delle emissioni odorigene rimetteva tutto alla valutazione del giudice, che quasi sempre (testimone il Noe, il nucleo operativo ecologico dei carabinieri) riconduceva la “molestia olfattiva” all’articolo 674 del Codice Penale, che sanziona chi “getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti”.
La normativa si è però evoluta, fissando criteri obiettivi attraverso metodi di misura standard e linee guida a carattere regionale per specifici impianti o per tutti gli impianti. E dal 2017, il Tua (il testo unico ambientale) prende di petto la questione grazie al nuovo articolo 272 bis, così che il giudice possa valutare la legittimità delle emissioni odorigene su dati oggettivi e misurabili. Non basta quindi un’autorizzazione all’esercizio dell’attività per essere in regola, e quando le emissioni odorigene sono diverse da quelle autorizzate si può configurare il reato.
Ecco spiegato perché le autorità civili hanno “alzato il piede dall’acceleratore”: per far passare i carabinieri del Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari di Grosseto. La magistratura, infatti, ha aperto un fascicolo.
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