Sicurezza
«Non fu caporalato». Tutti assolti a Siena
Rito abbreviato per i responsabili dell’azienda di Montenero. La difesa ha portato in aula documenti e fatture
SIENA. Assolti perché il fatto non sussiste, al termine dell’udienza preliminare, gli imprenditori agricoli che nel settembre 2017 erano finiti sotto inchiesta con l’ipotesi di caporalato, per lo sfruttamento dei braccianti.
All’epoca, erano state eseguite delle misure cautelari in carcere nei confronti dei fratelli Fehrat, Bor e Mohamed, e di Mahmut Baylas, tutti di origine turca, titolari di una grande azienda contoterzista, la Toscana agriservizi di Montenero di Castel del Piano. Il processo aveva poi riguardato anche Funda Levent, moglie di Bor e amministratrice della società, oltre ad altri due connazionali residenti a Radda in Chianti (Siena). Proprio da Radda, da un esposto sulle condizioni precarie di un alloggio, era partita l’inchiesta dei carabinieri dell’ispettorato del lavoro. E per questo motivo l’indagine era stata incardinata davanti al Tribunale di Siena. Di fronte alla giudice Ilaria Cornetti il procedimento si è svolto con il rito abbreviato condizionato a una testimonianza. Il pm Nicola Marini aveva chiesto condanne, 1 anno e 14 mila euro per ciascuno degli imputati, ritenendo tra l’altro che vi fosse una palese disparità di retribuzione. Difformità non in palese difformità, hanno sostenuto i difensori degli imputati (gli avvocati Alessio Bianchini e Alessandro Bonasera), dal momento che si trattava di 0,5 euro: 6,5 euro all’ora rispetto a 7. E comunque in provincia di Grosseto, all’epoca, la paga minima era proprio di 6,5.
La scelta della discussione del rito abbreviato era stata preceduta dalle attività difensive che avevano riguardato tutti gli aspetti dei dipendenti, dalle assunzioni agli alloggi. È stata depositata una corposa documentazione che ha attestato l’inesistenza dell’ipotesi di sfruttamento. Sono state passate al vaglio le posizioni e le buste paga di tremila dipendenti e l’analisi delle agendine che questi ultimi custodivano (per segnare le ore di lavoro svolte), a suo tempo sequestrate, ha evidenziato che i dipendenti erano stati pagati di più. L’ipotesi di sfruttamento, quella contemplata dall’articolo 603-bis, non poteva essere contestata, ha sostenuto la difesa, perché l’azienda aveva tra l’altro speso ben 65mila euro di materiali, nel periodo oggetto delle contestazioni, da assegnare ai dipendenti per lo svolgimento delle loro mansioni: si trattava di forbici, altri attrezzi e sistemi di protezione che testimoniano l’interesse dell’azienda per i propri dipendenti. Al pari delle visite mediche e dei corsi di formazione che erano stati effettuati per i dipendenti. Per circa trecento di loro tutto ciò è stato dimostrato anche attraverso la produzione delle fatture.
In aula è stata ascoltata la testimonianza della segretaria dell’azienda, che nel corso di tre ore di deposizione ha ricostruito la gestione aziendale, fornendo i particolari di riscontro alla documentazione portata dagli avvocati Bianchini e Bonasera.
Trattata nel corso dell’udienza anche la questione delle abitazioni ritenute in condizioni non idonee per l’alloggio. È stato dimostrato, sempre attraverso i documenti, che i canoni venivano versati direttamente ai proprietari degli immobili e che Toscana agriservizi aveva operato direttamente soltanto in due casi, esercitando negli altri solo una forma di garanzia a tutela del proprietario.
Nel procedimento non erano costituite parti civili. La giudice si è riservata quindici giorni per il deposito delle motivazioni.
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