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IL CASO

Via dalla guerra, per lo Stato non è profugo

Michele Nannini
Via dalla guerra, per lo Stato non è profugo

Massimiliano Bianchi, pizzaiolo follonichese in Ucraina, è tornato in Italia ma secondo la legge non ha diritto ad alcun aiuto

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FOLLONICA. Fra le oltre 3 milioni di persone che hanno lasciato l’Ucraina dall’inizio dei bombardamenti russi ci sono anche diverse centinaia di italiani che hanno fatto rientro nel Belpaese.

Per alcuni di loro si è aperta una situazione unica e paradossale, sfuggita a chiunque abbia messo ordine nella legislazione in materia: perché, pur scappando da una zona di guerra, non possono essere considerati come profughi.

Per chi in Italia ha lasciato parenti, o ha comunque case o proprietà nelle quali rientrare, i problemi sono limitati. Ma chi si era ricostruito una vita (in Ucraina, in questo caso) senza avere più nulla al di qua della frontiera è diventato un invisibile, senza nessuna delle agevolazioni e dei sostegni del Governo.

È la situazione paradossale di Massimiliano Bianchi, pizzaiolo follonichese rientrato in riva al Golfo a metà marzo, fuggito da Enerhodar proprio pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe russe, e che da quando è tornato a Follonica è ospite da un amico.

«Gli italiani che scappano dall’Ucraina secondo la legge attuale non sono profughi – spiega Bianchi –. Probabilmente lo Stato era sovrappensiero quando ha iniziato a regolamentare questo flusso di persone e si è completamente dimenticato dei connazionali che in Italia non avevano ormai più nulla. Il mio amico Osvaldo, che ha come me una pizzeria a Zaporiggia, è rientrato a Cuneo ma si trova nella mia stessa situazione. Da quando sono a Follonica devo solo ringraziare il mio amico Edoardo Candidi, che mi ha ospitato fin dal primo giorno: se non era per lui avrei dormito su una panchina. Mi hanno detto che avrei potuto alloggiare nel dormitorio in chiesa, oppure che mi avrebbero trovato un posto al Sant’Anna a Massa Marittima. Ma non sono certo sistemazioni adeguate, viste anche le mie condizioni di salute. Nei giorni scorsi sono riuscito per lo meno a ottenere la residenza nel territorio comunale e accedere ai servizi sanitari, ma per il resto non mi viene riconosciuto niente».

In pratica Bianchi è considerato alla stregua di tutti i non ucraini che fuggono dalla guerra, anche se ha fatto ritorno nel suo Paese. L’unica soluzione è quella di accontentarsi, in attesa di un decreto che riconosca protezione anche a loro.

Per i non ucraini, infatti, decidono gli Stati membri dell’Unione Europea, e in Italia non basta sfuggire dalla guerra per essere considerato un profugo, nemmeno se si è di ritorno nel Paese natale e nel quale si è abitato per quasi 50 anni.

«Alle donne ucraine hanno dato delle sistemazioni e tutto l’aiuto che potevano – continua Bianchi – io invece non sono considerato dal diritto internazionale come profugo di guerra in quanto tale istituto è riconosciuto solo a chi fugge dal proprio Paese. Mi avevano garantito un intervento per risolvere la situazione ma per ora nulla è stato fatto. Io voglio tornare in Ucraina, la mia vita e la mia casa sono lì. Ho sentito la mia vicina, che è rimasta a Enerdohar, e mi ha detto che i russi ormai si sono ritirati: stanno scendendo nel Donbass. In quella zona non sparano ormai nemmeno più. Sono riuscito a scappare giusto in tempo, quella infatti era la direttrice per penetrare in Ucraina e ci sono stati bombardamenti e combattimenti; a quanto mi ha detto la mia casa è ancora integra, ha qualche crepa ma nulla che non si possa recuperare. Grazie al cielo almeno quello mi è rimasto».

Per risolvere la situazione di Bianchi si è mosso anche il sindaco di Follonica Andrea Benini. «Conosciamo bene la situazione di Massimiliano – conferma il primo cittadino – ce ne siamo subito fatti carico segnalando più volte alla Prefettura il caso perché una casistica come questa deve essere riconosciuta dallo Stato anche se particolare e molto rara. Le norme devono tutelare anche gli italiani che rientrano in Patria dalle zone di guerra, è stato richiesto un approfondimento all’avvocatura del Ministero dell’interno e stiamo continuando a sollecitare una soluzione al problema».

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