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Artigianato, business senza “eredi”: la Maremma invecchia e non c’è ricambio

Massimiliano Frascino
Da sinistra Annarita Bramerini, direttrice di Cna, Riccardo Breda, presidente di Cna, Moreno Toigo di Simurg Ricerche, Elena Dolci di Cna Servizi e Mauro Sellari, presidente nazionale della categoria serramentisti di Cna
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Da sinistra Annarita Bramerini, direttrice di Cna, Riccardo Breda, presidente di Cna, Moreno Toigo di Simurg Ricerche, Elena Dolci di Cna Servizi e Mauro Sellari, presidente nazionale della categoria serramentisti di Cna

Falegnami, elettricisti, parrucchieri in difficoltà: «Mestieri considerati senza appeal, oggi tutti vogliono fare l’influencer»

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GROSSETO. «Un cliente che cercava un falegname mi disse: “Voi siete una specie in via d’estinzione”. Mi sono sentito l’ultimo dei Mohicani». L’aneddoto raccontato da Marco Governi – falegname follonichese figlio di falegname, col figlio in azienda, spiega bene lo stato d’animo degli artigiani.

«Il nostro lavoro – dice – oggi per i giovani non ha appeal. Eppure sarebbe un’attività d’impresa che garantisce reddito, per iniziare la quale non servirebbero nemmeno grossi investimenti. Diverso il caso di aziende più strutturate che usano macchine a controllo numerico per la bordatura o la scorniciatura, e hanno bisogno di personale con professionalità qualificate. Il problema è duplice: i lavori manuali sono percepiti come poco prestigiosi socialmente e la scuola non fornisce le competenze utili nel mondo del lavoro. Nonostante la falegnameria sia un’attività di impresa che garantirebbe reddito, e ci sarebbe lavoro per tutti. In provincia di Grosseto ci sono circa 200 aziende, perlopiù con 2-3 addetti, ma ci sarebbe spazio per raddoppiare questi numeri perché c’è una grande richiesta di mercato inevasa».

Stessa musica per i serramentisti. «Non solo non riusciamo a trovare da assumere addetti già qualificati – spiega Mauro Sellari, presidente nazionale di categoria per Cna – ma è praticamente impossibile avere giovani che vogliano fare gli apprendisti. Già quattro anni fa, prima della pandemia, un’indagine di Cna chiarì che il 56 per cento degli artigiani aveva più di 55 anni, e solo il 27 per cento meno di 30. Ciò pone un problema rispetto alla continuità di tante aziende, in cui titolari sono vicini alla pensione ma non sanno a chi lasciare le redini. C’è un problema di ricambio imprenditoriale. I nostri vecchi dicevano: “Meglio un contadino bravo, che un dottore poco bono”. Oggi non sono quei tempi, e certi mestieri non godono più della stessa considerazione».

Labriola Group è un’azienda gestita dall’ultima generazione di una famiglia di parrucchieri che ha iniziato nel 1931. Quattro saloni a Grosseto e due a Castiglione della Pescaia, con una scuola per parrucchieri che collabora con Cna e Aforisma, frequentata da 60 studenti. «Oggi il nostro lavoro – spiega Matteo Ancarani – ha superato la crisi delle vocazioni. Ma quando è nata la nostra scuola, nel 2004, non era così. Noi l’abbiamo aperta perché non trovavamo giovani. Diventare un bravo parrucchiere richiede un lungo apprendistato, dai tre ai quattro anni, ma se la formazione è fatta bene, le soddisfazioni arrivano».

«La mia esperienza con le scuole è positiva – spiega Gabriele Fusini, titolare della Elettromare – L’Iti dà una buona formazione di base. Il problema vero è culturale: il nostro lavoro, diversamente da quanto succedeva ai miei tempi 30 anni fa, non ha più buona reputazione sociale. I giovani vogliono essere blogger, youtuber, influencer, e sottovalutano le soddisfazioni che può dare il lavoro artigianale, che oggi richiede grandi competenze. Serve meno ossessione da social e più concretezza».

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