Lutto
Da Mariupol alla Maremma: «A ogni giro l’aereo sganciava quattro bombe»
L’odissea di una ucraina adottata 30 anni fa da Castiglione della Pescaia per salvare dalla guerra i genitori 80enni
CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Questa volta il viaggio dall’Ucraina, da Mariupol, per Elena Pikhtina non è stato solo lasciare la propria casa d’origine e gli affetti. Purtroppo è stata una fuga dalla guerra e dai bombardamenti che stanno radendo al suolo la seconda città dell’oblast di Donec’k, situata nella regione della Priazovia sudorientale, praticamente nel Donbass, che all’ultimo censimento contava circa 450 mila abitanti ed è ormai tristemente nota come snodo cruciale dell’invasione russa.
La storia non è diversa da tante altre che vengono raccontate in questi incredibili giorni, ma Elena è ormai una castiglionese d’adozione da circa 30 anni; da quando, giovanissima, venne in Italia per cercare lavoro: trovandolo. Dal 2003 è impiegata all’hotel di Riva del Sole e, grazie alla padronanza della lingua, spesso fa da interprete con la clientela russa.
A Natale era tornata a casa per l e Feste e rimanere qualche settimana con gli anziani genitori, e solo qualche giorno fa ha potuto organizzare il rientro in Italia; portando però con sé, appunto, il padre 89enne Ivan e la madre Larisa, che proprio sabato ha festeggiato il suo 86° compleanno. «Siamo stati fortunati – inizia il suo racconto – ma ci siamo lasciati alle spalle distruzione e morte. Sono state settimane terribili. In città non c’erano ormai da tempo più luce, gas (a Mariupol non è mancato nemmeno qualche fiocco di neve) e neanche l’acqua potabile. Vivevano come potevamo, cercando il cibo e raccogliendo l’acqua dalle grondaie. E poi sempre con le orecchie ben tese: in qualsiasi momento poteva arrivare un aeroplano con le bombe, e si doveva scappare nei rifugi. Ci siamo rimasti per giorni, e soprattutto i bambini non volevano più uscire. Troppa la paura». Elena spiega con precisione ciò che succedeva in quei minuti: «Avevamo capito come comportarci al passaggio dell’aereo: ad ogni giro sganciava quattro bombe e al quarto scoppio potevamo respirare».
Pikhtina è sempre stata in contatto anche con l’ambasciata italiana. «Prima che scoppiasse il conflitto – dice – i messaggi invitavano ad andare via al più presto possibile, procurarsi il cibo e indumenti caldi, ma non c’era davvero nella popolazione la sensazione che una guerra scoppiasse sul serio. Certo la tensione si avvertiva. Poi è stato un susseguirsi di bombardamenti, e ora Mariupol è una città fantasma. Si calcola che siano rimaste non più di 200 mila persone, echi non ha un’auto è praticamente bloccato in città. Ho degli amici che con i bambini piccoli hanno deciso comunque di scappare a piedi, e hanno percorso più di 80 chilometri per raggiungere una città vicina e mettersi in salvo».
Quando lei ha deciso di tornare in Italia sapeva bene che avrebbe avuto grandi difficoltà. «Un missile ha centrato il nostro palazzo, fortunatamente attraversando un appartamento da parte a parte, ma non potevamo più restare. Così, in macchina, per fare i primi 100 chilometri ci abbiamo messo 9 ore – spiega ancora – ma dovevo farlo. È venuta con me anche mia sorella Olga, i nipoti però sono rimasti in Ucraina. In città non abbiamo mai visto i soldati, russi né Ucraini, solo i bombardamenti. Le notizie che abbiamo ci dicono di avere tanta pazienza, che la guerra potrebbe davvero finire prima di quello che pensiamo».
All’arrivo a Castiglione, a ricevere la famiglia Pikhtin tra i primi è stata l’assessora al sociale Sandra Mucciarini insieme alle associazioni Vab e Insieme in Rosa, e Pietro Vergari, già tra gli ospiti dei ragazzi di Chernobyl negli anni Novanta, che ha voluto organizzare il compleanno alla signora Larisa. «Anche se siamo al sicuro a Castiglione, il cuore è rimasto a Mariupol – conclude Pikhtina – e purtroppo chi soffre di più fra tutti è mio padre: vuole tornare alla sua casa in tutti i modi e non vuole sentire ragioni. Ma al momento non sappiamo se il palazzo è ancora in piedi. Non bastano le rassicurazioni, e lui sta malissimo lontano dalla sua casa e della sua patria. Voglio ringraziare soprattutto il direttore dell’hotel Carlo Castelli, che ha ospitato la prima notte i miei genitori, e sua moglie Eva Khoury, che è sempre stata in contatto con me per sostenermi in quelle settimane terribili».
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